|
07.05.2012 Alla redazione è pervenuta una lettera di commento all'ultimo articolo pubblicato, “NUOVO CANZONIERE ITALIANO”: MEZZO SECOLO DI STORIE CANTATE E DI STORIA VISSUTA, scritto da Alessio Lega. La lettera, che pubblichiamo qui di seguito, è scritta da Riccardo Schwamenthal, fotografo, entrato in contatto con il Nuovo Canzoniere Italiano fin dal 1965 e partecipe della costituzione dell’Istituto Ernesto de Martino, con il quale ha iniziato la sua attività di ricerca e rappresentazione delle culture popolari.
Caro Alessio, ho letto il tuo scritto sul NCI e, anche se mi è piaciuto, devo dire che contiene alcune inesattezze dovute soprattutto al fatto che per ragioni anagrafiche non eri presente e probabilmente anche chi ti ha raccontato questa storia ha confuso alcune cose e ne ha ricordate altre in modo impreciso. Sono piccole cose, ma per ricostruire quella storia – come d’altronde ha già fatto benissimo Cesare Bermani – sono abbastanza importanti i ricordi di chi in quel periodo c’era. A un certo punto scrivi che «Gianni Bosio e Roberto Leydi, insieme a Franco Coggiola, cominciarono a ragionare sui ciò che avevano raccolto». Ebbene in quel periodo Franco Coggiola non era così essenziale all’elaborazione culturale e agli sviluppi che avrebbe preso il NCI: sicuramente erano più importanti Cesare Bermani, Michele L. Straniero e altri che in quel periodo lavoravano a più stretto contatto con Bosio alle Edizioni del Gallo e probabilmente qualcuno più vicino a Leydi, come Sandra Mantovani. Questo non per diminuire la figura di Franco, ma per collocare il suo lavoro nel tempo e nel periodo corretti. La figura di Franco Coggiola acquista importanza dopo la morte di Gianni Bosio, in un periodo in cui l’Istituto Ernesto de Martino stava vivendo un momento di stanchezza dovuto a diversi fattori. Il numero degli spettacoli del NCI stava calando sia per la concorrenza di Nuova Scena e di altri nuovi gruppi, sia perché qualcuno dei componenti si era defilato e si organizzava per conto proprio mentre altri avevano diminuito il proprio impegno nel campo degli spettacoli. Era un periodo in cui Franco, quasi da solo, teneva in piedi l’Istituto, organizzava campagne di ricerca e controllava una fonoteca in cui i nastri dei ricercatori avevano bisogno di cura e assistenza. Un periodo in cui il comune di Milano e lo Stato avevano ridotto le poche risorse necessarie a tirare avanti per un ente come il nostro. Tieni anche presente che la vendita dei dischi era calata in modo impressionante, per cui si può immaginare in quale stato Franco stesse lavorando anche con grandi sacrifici economici e morali. In questo Franco è stato un eroico difensore e continuatore delle idee di Gianni Bosio. E poi, per fortuna è arrivata la proposta da Sesto Fiorentino di spostare l’Istituto in Toscana. Era uno dei momenti più delicati, perché anche il Comune di Milano aveva deciso di togliere le risorse già ridotte che tenevano in piedi il nostro istituto culturale e non aveva la minima idea di salvarlo. E anche allora Franco è stato essenziale perché per il trasloco da Milano a Sesto Fiorentino era necessaria una persona che sapesse tutto dei materiali esistenti, della delicatezza di alcuni e dell’importanza di altri. E anche tutto il primo periodo di attività dell’Istituto a Sesto Fiorentino è stato coordinato e pensato in massima parte da Franco. Come si può facilmente dedurre la sopravvivenza dell’Istituto dipende in buona misura dall’intelligenza e dal lavoro di Franco Coggiola. Quindi la sua bravura di ricercatore e di studioso, la sua umanità e simpatia, hanno contribuito non poco a quello che è oggi l’IEDM.
C’è un’altra cosa, meno importante forse, su cui esprimo la mia critica: chiamare «didattici» spettacoli come “Bella Ciao”, “Ci Ragiono e Canto” e “Il Bosco degli Alberi” mi sembra abbastanza sbagliato e soprattutto riduttivo. Secondo me prima che didattici erano spettacoli militanti e rivoluzionari per il periodo in cui furono pensati e prodotti. A questi spettacoli bisogna sicuramente aggiungere “Pietà l’è morta”, uno dei primi omaggi antiretorici alla Resistenza, e alcuni lavori teatrali “minori” rappresentati a Milano al teatro della Società umanitaria e al teatro Gerolamo tra i quali cito solamente, ma questo è abbastanza riduttivo, “Gorizia, una guerra” e “Il mio nome è Abele”. Il primo è stato un tentativo serio e coraggioso di parlare della Grande Guerra fuori dal mito nazionalistico e classista consolidato nella memoria collettiva, e il secondo un esperimento in cui teatro d’avanguardia e canzoni si rimescolavano in sintesi felice
Riccardo Schwamenthal
|