|
Corriere della sera Sette, 8 giugno 2012 di Angelo d'Orsi
La tempesta gramsciana in corso non stupisce più di tanto: sono noti i primati di Antonio Gramsci nella cultura mondiale; e da quando, nel 2007, si è celebrato il 70° della morte, è cominciata una nuova fase della Gramsci Renaissance. Certo, ciascuno "cucina" Gramsci a modo proprio, ma è inevitabile con i classici, e non si può impedire a dilettanti di addentrarsi nella foresta delle interpretazioni, senza o con poca conoscenza non solo degli studi (ormai oltre ventimila, in una quarantina di lingue), ma degli stessi testi, e spesso persino dei contesti, biografici e storici, in cui quelli si collocano. Dunque, è sbagliato fare barricate in nome di qualche "ortodossia" gramsciana. Però si combatte ad armi impari quando scende in campo un Roberto Saviano, che ormai glorificato a giorni alterni dai media e dalla politica, ha perso il senso della misura, e discetta su tutto, e dopo la gaffe su Benedetto Croce, ne ha compiuto un'altra su Gramsci, sponsorizzando un libercolo di cui non intendo neppure ricordare l'autore, tanto è zeppo di castronerie - alludo agli agghiaccianti errori di fatto - al di là dei giudizi che suonano come grottesche sentenze pro e contro due protagonisti della storia d'Italia quali Gramsci, appunto, e Filippo Turati (il libercolo è Gramsci e Turati: le due sinistre di Alessandro Orsini, Rubbettino editore, ndr). All'imberbe, ma aggressivo autore, forse bisognerebbe dire che 25 anni fa un altro volume aveva precisamente affrontato la coppia e sebbene fosse firmato da due dilettanti, un politico e un giornalista (si fa riferimento a Turati e Gramsci per il socialismo: due dentro ad un fuoco, Lelio Lagorio e Giancarlo Lehner, SugarCo edit., ndr), ne aveva discorso con una certa pacatezza, se raffrontata alla furiosa incompetenza dell'autore lanciato da Saviano, che quel libro ignora o forse usa senza citare. E non si sa quale sia la colpa peggiore. Purtroppo anche qualche studioso ha contribuito a diffondere opinioni spacciandole per esito di ricerche, o, magari in lodevoli sforzi di tirar fuori la documentazione inedita e spesso ignota, ha finito per intorbidare ulteriormente le acque, spesso anche con qualche cantonata. Più grave, la storiografia "ipotetica", che per quanto talora fascinosa, ove non è sorretta dai requisiti minimi documentali, si rivela altrettanto inacettabile del pressappochismo dei dilettanti. Il libro recente di Franco Lo Piparo (I due carceri di Gramsci, Donzelli editore) ne è un esempio: un intrigante plot senza elementi probatori per arrivare a sostenere la tesi di un Gramsci che, nel finale di partita, si dichiara liberale e volta le spalle a Marx, oltre che a Lenin; e poiché le prove mancano, si accusa il solito cattivone Togliatti di aver fatto sparire le prove. Su Togliatti come sempre si sono addensati nembi da cui i piccoli aspiranti Zeus scagliano saette a dispetto di tante prove contrarie (come quelle fornite nel libro di Francesca Chiarotto, Operazione Gramsci, Bruno Mondadori, e da Gramsci in carcere e fascismo, Salerno Editrice, di Luciano Canfora); è una vecchia storia. Oggi tutti sanno, se vogliono sapere, che, malgrado i dissensi gravi e le differenze nette, grazie a Togliatti noi abbiamo Gramsci, autore tutto postumo. E basta con le leggende del "massacro" delle Lettere e dei Quaderni: i tagli ci furono ma non intaccarono il pensiero gramsciano; la stessa pubblicazione in sequenza delle une e degli altri (ossia prima l'uomo, poi il pensatore), nell'edizione tematica (pensata da Togliatti, per Einaudi), filologicamente folle, ma culturalmente avveduta, favorì la scoperta di Gramsci nella cultura italiana. La quale dovrebbe smettere di peccare di provincialismo, usando questa straordinaria figura per i propri regolamenti di conti, accademici o politici che siano.
|