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Il vostro contributo a Historia Magistra

Suggeriti da HM

Fondazione Luigi Firpo
Lezioni Machiavelli 2013
Conferenza
Angelo d’Orsi (Università di Torino) – Guido Liguori (Università della Calabria)

Il Machiavelli di Gramsci


Mercoledì 19 giugno 2013, ore 16,30-18,30

Ingresso libero
Fondazione Luigi Firpo Centro di Studi sul Pensiero Politico ONLUS
Via Principe Amedeo 34, Torino
www.fondazionefirpo.it
Fondazione Luigi Firpo
Lezioni Machiavelli 2013
Conferenza
Angelo d’Orsi (Università di Torino) – Guido Liguori (Università della Calabria)

Il Machiavelli di Gramsci


Mercoledì 19 giugno 2013, ore 16,30-18,30

Ingresso libero
Fondazione Luigi Firpo Centro di Studi sul Pensiero Politico ONLUS
Via Principe Amedeo 34, Torino
www.fondazionefirpo.it
Historia Magistra
Università per Stranieri di Perugia
Dipeartimento di scienze umane e sociali


HISTORIA MAGISTRA
I Seminario Nazionale delle Redazioni

DALLA DEMOCRAZIA ALLA POST-DEMOCRAZIA

Riflessioni sulla crisi del sistema liberale nell’epoca della globalizzazione


PERUGIA
VENERDÌ 14 GIUGNO 2013
PALAZZO GALLENGA
SALA DEL CONSIGLIO

ORE 10:00
ANGELO D’ORSI - Direttore di HISTORIA MAGISTRA
La post-democrazia
ALEXANDER HÖBEL - Redazione di Roma
La democrazia progressiva nell’elaborazione del Pci. Un’anticaglia?
GREGORIO SORGONÀ - Redazione di Roma
Il populismo nella crisi della democrazia
FLAVIO SILVESTRINI - Redazione di Roma
Crisi della democrazia e del sistema internazionale alla prova del realismo (cosmo)politico kantiano
Interventi liberi

ORE 13:00 - pausa pranzo

ORE 15:30
CRISTINA ACCORNERO - Redazione centrale di Torino
Crisi della democrazia: crisi della città? Le politiche urbane nell’epoca della globalizzazione
SALVATORE CINGARI - Redazione di Perugia
Una parola chiave della rivoluzione passiva post-democratica: meritocrazia
RENATA GRAVINA - Redazione di Roma
La democrazia autoritaria nell’Europa centro-orientale: il caso dell’Ungheria

Dibattito conclusivo e discussione sulla situazione e le prospettive della rivista

ASSOCIAZIONE CASA NATALE ANTONIO GRAMSCI Onlus - ALES

In collaborazione con

Casa Gramsci Ghilarza
Istituto Gramsci della Sardegna
Terra Gramsci IGS Italia

CONVEGNO DI STUDI INTERNAZIONALI

Mille libri per Gramsci


Antonio Gramsci e la società civile nelle riflessioni e nell’opera di Giorgio Baratta e Eric J. Hobsbawm

ROMA - 22 MAGGIO 2013
Sala della Federazione Nazionale della Stampa
Ore 9.00

CAGLIARI - 24 MAGGIO 2013
Aula Motzo, Dipartimento di Filologia,
Letteratura e Linguistica
Università degli Studi di Cagliari
Ore 9.00

ALES - 25 MAGGIO 2013
Sala Conferenze Unione dei Comuni
Ore 9.30

Partecipano
Fabio Frosini
Derek Boothman
Iain Chambers
Miguel Mellino
Mauro Pala
Angelo D’Orsi
Francesca Chiarotto
Cosimo Zene
Giancarlo Schirru
Gianluca Scarpellino
Gianni Fresu
Giulio Angioni
Emiliano Alessandroni
Patrizia Manduchi
Gennaro Migliore
Luciano Uras
Gemma Azuni
Ignazio Putzu
Sabrina Perra
Franco Siddi
Alessandra Marchi
Giorgio Serra
Alberto Coni
Maria Giovanna Faedda
Eugenio Orrù
Francesco Carta
Fondazione dell’Avvocatura Torinese Fulvio Croce
Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci

Torino, via Santa Maria n. 1
Martedì, 14 maggio 2013 – ore 18,30

Presentazione del libro di Giuseppe Vacca

“Vita e pensieri di Antonio Gramsci (1926 - 1937)”


Saluti
avv. Marco D’Arrigo - Presidente della Fondazione dell’Avvocatura Torinese Fulvio Croce
dott.ssa Laura Onofri - Consigliera Comunale
prof. Sergio Scamuzzi - Direttore Fondazione Istituto Piemontese “Antonio Gramsci”

Intervengono
on. Piero Fassino - Sindaco della Città di Torino
prof. Angelo d’Orsi - Professore di Storia del pensiero politico all’Università di Torino
Sara presente l’Autore prof. Giuseppe Vacca

L’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Fondazione dell’Avvocatura Torinese Fulvio Croce, Palazzo Capris di Cigliè, Torino, via Santa Maria, 1

 

La Rivista

Per abbonarsi

Editoriale

In corsivo
Quanto è felice la decrescita?(Latouche e gli altri), Lucilla G. Moliterno

Tra Storia e Politica
Ipotesi su Lamartine. Contributo alla storia del “populismo”, Cristina Cassina                                        
Scenari in penombra. La Germania e la riunificazione, Emiliano Alessandroni                                        

Osservatorio UPS
“Diritto alla storia” e Stato costituzionale, Maria Chiara Locchi                

Lavori in corso
Democrazia operaia. La dottrina delle istituzioni rivoluzionarie nel Gramsci ordinovista, Flavio Silvestrini            
Generazioni rubate. Il genocidio culturale degli aborigeni australiani, Federica Ercoli

Incontri
Un  «patriota del secondo Risorgimento». Eugenio Curiel nel ricordo di Gianni Cervetti, a cura di Gianni Fresu        
                
La cassetta degli strumenti
Dal feudo al latifondo. Bronte e la Ducea Nelson, Alessandra Mangano

In rete
Scintille di cultura comunista, Isabella Rossatto                                    

Esperienze
Ritorno a Kinshasa. La violenza e la grazia, Francesco Remotti

Storie di carta
Quando il giornalista dà lezioni allo storico. Chiesa e dittatura argentina raccontati da Verbitsky, Roberto Alciati                                            

Piccolo e Grande schermo
Nuovo cinema civile italiano. L’incapacità di andare oltre la cronaca, Vito Santoro        

Fermalibri

Recensioni
Tra egualitarismo e rivoluzione, Gian Mario Bravo

La molte vite di Claude Lanzmann, Giovanni Miraglia
                                
Schede
Opere di
Enrico Nuzzo, Elena Bonora, Filippo Buonarroti, Michael R. Ebner, Pedro Paulo Zahluth Bastos e Pedro Cezar Dutra Fonseca, Attilio e Gemma Belli, Andrea Minuz, Alberto Giasanti, Roberto Gramiccia.

Produzione propria

Raccolta carta
Una storia “craxiana” della sinistra, Guido Liguori                            

Buone & Cattive notizie
Un centro per la Public History, Serge Noiret                                            
C’è chi si ostina a non voler scomparire. La difficile resistenza degli Istituti per la conservazione della memoria, Daniela Marendino                                        

L’angolo di Aristarco
Viareggio, un Premio per tutte le stagioni, Aristarco Scannabue

Gli Autori

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 Editoriale
Una sola distinzione: buona e cattiva storia, Angelo d’Orsi

In corsivo
Le armi dell’Anticoncilio. Metamorfosi del falso dalla pergamena a Internet, Luciano Bossina

Dalla potenza alla moneta. La sindrome autodistruttiva dell’Europa, Francesco Aqueci

Tra Storia e Politica
Octavio Brandão e il sequestro della memoria. Note a margine della storia del comunismo brasiliano, Alvaro Bianchi

Uno studio sulle Presidenziali americane: l’economia conta?
,  Marco Morini

Lavori in corso
Gramsci e la Questione meridionale. Genesi, edizioni e interpretazioni,  Giacomo Tarascio

Documenti per la storia del tempo presente
I dannati delle carceri. Una pronuncia della Corte suprema degli Stati Uniti: una lezione da seguire, Elisabetta Grande

Incontri
Eroi nostro malgrado. Carlo Muscetta racconta la sua amicizia con Leone Ginzburg. Conversazione con Angelo d’Orsi

La cassetta degli strumenti
La «religione della valutazione», tra oligopoli editoriali e «pubblicità del sapere», Isabella Gagliardi

Esperienze
Terra Santa, un brand territoriale (mentre la Palestina muore), Marco Bistacchia
Inserto fotografico

Storie di carta
Graphic journalism: il fumetto come racconto del mondo, Vito Santoro

Limonov: vita e avventure di un teppista lirico, Roberto Valle

Piccolo e Grande schermo
«Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto» di Elio Petri. Riflessioni sulle trasformazioni del potere a margine di un libro, Salvatore Cingari

Fermalibri

Un “lievito” mai venuto meno, Giulio Schiavoni

Due passi avanti, tre passi indietro. La storia delle donne in Italia, Chiara Meta

Schede
Opere di Maria Rosa Di Simone, Valerio Gentili, Michele Battini, Diego Giachetti, Henry Kissinger, Raffaele D’Agata, Nina Power

Produzione propria

Raccolta carta

Di un revisionismo, dei suoi scopi ideologici e di altre sciocchezze, Alessandro Maurini

Buone e cattive notizie
Ritorna la Rivolta femminile di Carla Lonzi, Isabella Rossatto

La crisi greca uccide la stampa libera
, Gerassimos D. Pagratis

L’angolo di Aristarco

A volte ritornano, peggiorati

Gli Autori

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Numero 7 di Historia Magistra

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Sommario:

Editoriale
Scrittori (e scrivani), attenti: nulla rimarrà impunito!
Angelo d’Orsi

In corsivo
Spartaco, «Ora pro nobis!»
Luciano Canfora

Da Liu Xiaobo a Assange. La libertà d'espressione tra Occidente e Cina
Francesco Aqueci

 

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Numero 6 di Historia Magistra

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Sommario:

Editoriale
I vecchi e i giovani
Angelo d’Orsi

In corsivo
Il vero e il falso in campagna elettorale
Fabrizio Tonello

Il terzismo, malattia senile del moderatismo
Davide Miccione

 

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Numero 4 di Historia Magistra

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Di seguito il sommario:

Editoriale
I nostri sassi in piccionaia

Angelo D’Orsi

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Numero 5 di Historia Magistra

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Sommario:

Editoriale
La libertà del pensiero
Angelo d’Orsi

In corsivo
Il senso di una sfida. La matrice teologica della società
Guido Mongini
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Numero 3 di Historia Magistra


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Di seguito il sommario:

Editoriale

Il mondo alla rovescia

Angelo d’Orsi

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Secondo numero di Historia Magistra

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Ecco il sommario:

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Editoriale
L’adunata dei refrattari, ovvero: «Histoire ou barbarie», Angelo d’Orsi 7

In corsivo
I tre presidenti (ma ce n’è un quarto). La Costituzione
Repubblicana secondo Schifani,
Fini e Berlusconi, Sante Cruciani 12

La conversione di Gramsci e la creazione di un
nuovo senso comune (di destra), Guido Liguori 17

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Archivio materiali di storia critica
ANGELO RENZO VASSAROTTI. UN TESTIMONE DELLA CAMPAGNA DI RUSSIA AL LICEO GRAMSCI DI IVREA PDF Stampa E-mail
di Franco Di Giorgi

«Lo Stato democratico – scrive amaramente Nuto Revelli alla fine del suo testo su Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana – è rinato su fondazioni fasciste» (Einaudi, Torino 2003, p. 185. Da ora in poi la sigla R indicherà questo libro). Revelli era tenente degli alpini nel Corpo d’Armata Alpino (Divisione Tridentina), uno dei tre corpi d’armata dell’8ª Armata italiana in Russia (l’ARMIR) tra l’estate del 1942 e la primavera del 1943. L’ARMIR era stata sollecitata da Hitler già dal gennaio del ’42, quando, esauritasi ben presto l’avventura del CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia, inviato nell’estate del ’41 e passato quasi subito alle dipendenze del generale von Kleist), i Tedeschi cominciavano ad avvertire la resistenza dei sovietici nei pressi di Stalingrado. Ebbene, molto probabilmente il neo-fascismo non avrebbe avuto modo di riprendere piede e di ri-sorgere in Italia nel secondo dopoguerra se anche i reduci della campagna di Russia, assieme ai so-pravvissuti dei Lager nazisti, avessero avuto modo, sin da subito (almeno quelli del fronte russo), non appena arrivati alla frontiera italiana (nel marzo del ’43) di raccontare, di dire, di parlare, di te-stimoniare la loro tragica esperienza in quella terra lontana, in quella landa desolata. E ciò lo diciamo avendo paradossalmente ben presente soprattutto la confessione che Primo Levi aveva rilasciato pochi mesi prima della sua scomparsa: «ci siamo accorti – dichiarava sconsolato – di quanto poco servano le parole per descrivere la nostra esperienza. Funzionano male per cattiva ricezione, perché viviamo ormai nella civiltà dell’immagine, registrata, moltiplicata, teletrasmessa, ed il pubblico, in specie quello giovanile, è sempre meno propenso a fruire dell’informazione scritta; ma funzionano male anche per un motivo diverso, per cattiva trasmissione. In tutti i nostri racconti, verbali o scritti, sono frequenti espressioni quali indescrivibile, inesprimibile, le parole non bastano a…». (cfr. l’introduzione di Alberto Cavaglion al testo di Marcello Martini, Un adolescente in Lager, Giuntina, Firenze 2008). Oltre a queste due motivazioni (cattiva ricezione e cattiva trasmissione), addotte da Levi dinanzi al dilagare in quegli anni Ottanta oltre che del neo-liberismo theoconservative anche del revisionismo negazionistico di David Irving e di Robert Faurisson (e successivamente, una ventina d’anni dopo, anche da quello di Mahmud Ahmadinejad in Iran e di Claudio Moffa in Italia), alla luce dunque di quell’accoglienza riservata ai reduci della campagna di Russia se ne può aggiungere una terza, la cattiva, rancorosa e vendicativa coscienza dell’Italia fascista, anche dopo la caduta del fascismo. Da ultimo, si ricorderà che nel febbraio del 1992, in seguito alle inchieste di ‘mani pulite’, proprio mentre il paese si apprestava a fondare su ‘nuove’ basi la cosiddetta seconda Repubblica, ossia in piena campagna elettorale, la nuova destra emergente, piena di livore e di risentimento, progetta la spudorata manomissione di una lettera di Togliatti del febbraio ’43, dalla quale, dopo averne distorto il senso, si deduceva che il “Migliore” in qualche modo sostenesse il massacro dei soldati italiani in Russia. Cominciava così a mettersi in moto in Italia quella che più tardi Roberto Saviano chiamerà ‘macchina del fango’. Malgrado fosse stata ben presto resa nota quella mani-polazione, essa servì ugualmente a impedire a Nilde Iotti di diventare Presidente della Repubblica.
È un po’ questa concomitanza di idee che ci sovviene mentre, assieme a qualche collega e a un gruppo di studenti interessati all’argomento, ascoltiamo Angelo Fiorenzo Vassarotti (classe 1920, di Tavagnasco), invitato il 9 maggio al liceo Gramsci proprio su suggerimento di uno di questi giovani. Anche Vassarotti, come Nuto Revelli, era un alpino dell’ARMIR e faceva parte della Cuneense (una delle quattro divisioni del Corpo d’Armata Alpino, quasi del tutto annientata durante la battaglia di Valujki, tra il 26 e il 27 gennaio del ‘43). Il re un giorno – racconta Vassarotti, accompagnando ogni volta con un ampio e garbato sorriso quei passaggi in cui sembra voler esprimere amichevolmente la consapevolezza che non potremmo mai cogliere la complessa ‘verità’ del suo dramma – Vittorio Emanuele III, dunque, passò quella divisione in rassegna dicendo che sarebbe andata a combattere sul fronte russo. Vennero così riempiti 52 treni, ma di questi solo due fecero ritorno. La ‘verità’: Vassarotti sottolinea spesso che vuole dire la ‘verità’. Come se la verità, l’esperienza vissuta fosse dicibile. Ad ogni modo, i partigiani russi fecero saltare i binari su cui scivolavano le tradotte italiane. Destinazione Caucaso. Poi il Don. A un certo punto, a comandare non erano più gli Italiani ma i Tedeschi. Anche gli Italiani avevano fatto dei prigionieri: erano utilizzati per seppellire i morti. Il Don era congelato. I carri armati russi da 40 tonnellate vi passavano sopra. Gli Italiani avevano il moschetto «modello ‘91», in dotazione nel 1914, ma fabbricato nel 1891. Ecco perché «modello ’91». Sparava solo un colpo, ma il caricatore si congelava quasi subito ed erano pertanto inutilizzabili. I Russi avevano invece il «Parabellum»: sparava 40 colpi per volta. – E le scarpe, gli chiediamo, che tipo di scarpe avevate? E lui ci risponde esattamente quanto Revelli riporta nel suo testo: «In Russia il soldato ha le stesse scarpe di quello che combatte in Africa Settentrionale. La sola differenza è che gli alpini sotto le suole hanno piantato i chiodi. L’esperienza vissuta dal CSIR nell’inverno ’41-’42 non ha insegnato nulla» (R 83). Quelle scarpe allora si rivelarono delle trappole mortali. Là il fango, dice Revelli, «era una specie di pece che si attaccava alla suola delle scarpe, uno zoccolo pesante che non ti lasciava andare avanti» (R 66). «I tedeschi, invece, – continua Revelli, ma la nota è riportata anche da Vassarotti – hanno imparato dai contadini russi e hanno prodotto in grande quantità i “valenki” (..)», una specie di «calzatura invernale del contadino russo, povera, ma preziosissima, di feltro pressato, tutto di un pezzo. Abbastanza caldi, abbastanza impermeabili» (R 83). Poi, quasi a voler imitare la tattica adottata da Alessandro I nel 1812, durante la campagna napoleonica di Russia, i magazzini con le riserve italiane vennero bruciati per non lasciarli ai sovietici, e così gli Italiani oltre che dal freddo morivano anche di fame. Inoltre, mentre i soldati tedeschi venivano riforniti con degli alianti, mai nessun aereo, mai niente e nessuno è venuto a rifornire i giovani militari italiani. Ma c’erano i muli, una ‘salvezza’ per questi ventenni – che im-pazzivano per il freddo, ricorda Revelli: «La notte del 21 gennaio [‘43] è la notte dei pazzi» (R 119); giovani che, a causa di questa follia, bevevano liquido anticongelante credendolo liquore (R 117); anche quando trovavano del cognac in qualche magazzino tedesco abbandonato era peggio ancora, perché «Buttare giù quel cognac, con quel freddo, a stomaco vuoto, [voleva] dire – racconta ancora Revelli – crollare come morti» (R 115). Ma che importava tutto ciò a Mussolini? Quella dei soldati italiani era solo carne al macero. Una carne con cui egli poteva saziare l’inesauribile fame del suo alleato d’acciaio. «Quel che più gli premeva – scrive Revelli – era di non essere assente» (R 62). Ad ogni modo, è proprio così che Vassarotti – da quanto si apprende da una sua lettera pubblicata sullo Scarpone Canavesano, nella cronaca di Tavagnasco – aveva chiamato il suo mulo: «Salvezza». «Sei stato un nostro compagno di sventura – si dice in questa lettera –. Sei stato l’ultimo a morire. Ricorderò sempre i tuoi occhi velati dalla brina. [Ma come non pensare a questo proposito il Tierblick, lo sguardo puro, umile e vasto che Rilke scorgeva negli animali e nei morenti?] Perdonaci, siamo stati tanto crudeli con te, perché quando la fame ti spingeva a rosicchiare qualche rara betulla noi te lo impedivamo, tenendoti stretto per le briglie. Eravamo tutti abbrutiti. Noi conoscevamo la nostra fame e non la tua! Volevamo farti marciare quando eri esausto o sfinito. Perdonaci ‘Salvezza’, è la guerra che ci ha resi così disumani». Prima che venisse trasformata in pietra dal gelo, la carne dei muli morti veniva messa in tasca dai soldati. Non avevano quindi né armi né munizioni né medicine né cibo. Veniva comandato loro di andare verso ovest. Ma nella steppa attraversata dal vento siberiano, nel suprematismo del bianco assoluto, nessuno riusciva ad orientarsi, a capire dove fosse l’ovest. E poi la benzina. Mancava e gli alleati tedeschi non gliela davano più e così la carretta motorizzata carica di feriti e di assiderati doveva restare lì. Al rientro in patria – erano partiti in 16 mila e solo un migliaio aveva fatto ritorno; un «bilancio del disastro dell’ARMIR» ce lo fornisce comunque Revelli: «il totale delle perdite è di 85.000 uomini. Di questi l’Urss restituì 10.000 prigionieri tra il 1945 e il 1946. I caduti in combattimenti furono riconosciuti in 11.000. Restano 64.000 “dispersi”, di cui si ignora la sorte, di cui non si sa se sono morti nella ritirata o durante la prigionia» (R 121) –; al rientro in patria, dunque, i fascisti che aspettano al Brennero i superstiti, giunti fin lì su dei carri bestiame, li facevano salire su finti treni ospedale, per far vedere che i reduci della Russia venivano trattati bene. E poi, una volta saliti qui, non li facevano scendere per non far vedere in che condizioni versavano. Tra questi fascisti – annota Revelli («Non voglio dimenticare nulla» dice, mentre si trova a Udine, sulla via del ritorno e mentre si sente già «un ribelle» e «in-sofferente alla divisa» (R 124) – tra questi fascisti c’è un certo Giuseppe Moscardelli che distribui-sce dei volantini dal titolo Lettera a un giovane combattente, nella quale «scrive cose da non credere, [nel senso che] invita i reduci a tacere, a non raccontare, perché “il nemico ascolta”. È – dice Revelli – il primo impatto con l’Italia fascista, con l’Italia falsa e balorda che teme la verità» (R 125).
«Sarebbe lunga la storia del dopo-Liberazione – aggiunge infine Revelli nelle ultime pagine del suo libro –. È una storia importante, ancora in gran parte da scoprire, da scrivere. È una storia che aiuta a capire meglio la situazione di oggi» (R 183, corsivo nostro). Certo, ci serve a capirla, specie se si considera la famosa quanto famigerata amnistia pacificatrice Togliatti (concessa il 22 giugno 1946, cioè venti giorni dopo il referendum monarchia-repubblica), amnistia che ha permesso da un lato a molti fascisti di salvarsi nascondendosi (come gli imperialisti Freikorps durante la repubblica di Weimar) nelle pieghe degli apparati burocratici del nuovo Stato democratico («La burocrazia – scrive a tal proposito Revelli – è rimasta quella di prima. La cosiddetta “epurazione” si risolve in una beffa. Epurano gli straccetti, quelli che non contano nulla» (R 185), e dall’altro ha consentito la condanna di altrettanti partigiani, accusati di presunti reati commessi durante la guerra di liberazio-ne. Quella storia ci è inoltre senz’altro utile per capire meglio i giorni nostri (nei quali è ormai più che abituale incontrare qualcuno di quei fascisti, di quei misirizzi in doppio petto, senza più nemmeno la ex davanti), se si pensa all’ordine del «tutti a casa» arrivato dal CMRP (dal Comando Militare Regionale Piemontese), cioè all’ordine di smobilitazione e di consegna di tutte le armi al Comando italo-alleato (R 183), proprio mentre alcuni partigiani, nell’agosto del ’46 (Revelli ricorda «i fatti di Santa Libera» (R 187), volevano riprendere le armi per le inaccettabili conseguenze che quell’amnistia aveva determinato. Una rimobilitazione armata che l’allora vice-presidente del Con-siglio, il socialista Pietro Nenni, riuscì a sventare in extremis. Soprattutto, infine, quella storia del dopo-Liberazione ci rende più comprensibile il nostro presente se ci si sofferma sulla risposta che, dopo aver letto il bel libro di Alberto Cavaglion, La resistenza spiegata a mia figlia, si potrebbe dare alla domanda riguardante il perché venne ucciso Mussolini. Il Duce venne verosimilmente ucciso perché gli stessi partigiani credevano che l’incanto esercitato da lui, dal Cavaliere, sugli Italiani non era ancora del tutto sparito. E se guardiamo con un certo distacco al presente del nostro paese non ci accorgiamo forse che esso è ancora preda di quell’incanto? Già, se l’osserviamo meglio questo nostro paese ci accorgiamo che esso assomiglia sempre più a Nubicuculia, a quello strano luogo collocato tra le nuvole, tra terra e cielo, dove gli dei e gli umani si sfidano con le vanterie mitiche, con le spacconate trimalcionesche, e dove è facile ascoltare il coro, ossia la parte più rappresentativa dei suoi abitanti, fare questo invito lusinghiero: «Se qualcuno di voi spettatori vuole passare lietamente il resto della sua vita, venga da noi: tutto quanto è da voi considerato turpe, è vietato per legge, è da noi uccelli considerato bello». Dopodiché, però, ci sarà sempre qualcun altro che, con le parole di Posidone, replicherà esclamando: «Democrazia, democrazia, dove andremo a finire, se gli dei eleggono un tipo simile?» (Aristofane, Uccelli, trad. it. di Guido Paduano, Garzanti, Milano 1995, pp. 239, 272).
 
ORA PERSINO SAVIANO DISCETTA SU GRAMSCI (SENZA SAPERE) PDF Stampa E-mail

Corriere della sera Sette, 8 giugno 2012
di Angelo d'Orsi

La tempesta gramsciana in corso non stupisce più di tanto: sono noti i primati di Antonio Gramsci nella cultura mondiale; e da quando, nel 2007, si è celebrato il 70° della morte, è cominciata una nuova fase della Gramsci Renaissance. Certo, ciascuno "cucina" Gramsci a modo proprio, ma è inevitabile con i classici, e non si può impedire a dilettanti di addentrarsi nella foresta delle interpretazioni, senza o con poca conoscenza non solo degli studi (ormai oltre ventimila, in una quarantina di lingue), ma degli stessi testi, e spesso persino dei contesti, biografici e storici, in cui quelli si collocano. Dunque, è sbagliato fare barricate in nome di qualche "ortodossia" gramsciana. Però si combatte ad armi impari quando scende in campo un Roberto Saviano, che ormai glorificato a giorni alterni dai media e dalla politica, ha perso il senso della misura, e discetta su tutto, e dopo la gaffe su Benedetto Croce, ne ha compiuto un'altra su Gramsci, sponsorizzando un libercolo di cui non intendo neppure ricordare l'autore, tanto è zeppo di castronerie - alludo agli agghiaccianti errori di fatto - al di là dei giudizi che suonano come grottesche sentenze pro e contro due protagonisti della storia d'Italia quali Gramsci, appunto, e Filippo Turati (il libercolo è Gramsci e Turati: le due sinistre di Alessandro Orsini, Rubbettino editore, ndr). All'imberbe, ma aggressivo autore, forse bisognerebbe dire che 25 anni fa un altro volume aveva precisamente affrontato la coppia e sebbene fosse firmato da due dilettanti, un politico e un giornalista (si fa riferimento a Turati e Gramsci per il socialismo: due dentro ad un fuoco, Lelio Lagorio e Giancarlo Lehner, SugarCo edit., ndr), ne aveva discorso con una certa pacatezza, se raffrontata alla furiosa incompetenza dell'autore lanciato da Saviano, che quel libro ignora o forse usa senza citare. E non si sa quale sia la colpa peggiore. Purtroppo anche qualche studioso ha contribuito a diffondere opinioni spacciandole per esito di ricerche, o, magari in lodevoli sforzi di tirar fuori la documentazione inedita e spesso ignota, ha finito per intorbidare ulteriormente le acque, spesso anche con qualche cantonata. Più grave, la storiografia "ipotetica", che per quanto talora fascinosa, ove non è sorretta dai requisiti minimi documentali, si rivela altrettanto inacettabile del pressappochismo dei dilettanti. Il libro recente di Franco Lo Piparo (I due carceri di Gramsci, Donzelli editore) ne è un esempio: un intrigante plot senza elementi probatori per arrivare a sostenere la tesi di un Gramsci che, nel finale di partita, si dichiara liberale e volta le spalle a Marx, oltre che a Lenin; e poiché le prove mancano, si accusa il solito cattivone Togliatti di aver fatto sparire le prove. Su Togliatti come sempre si sono addensati nembi da cui i piccoli aspiranti Zeus scagliano saette a dispetto di tante prove contrarie (come quelle fornite nel libro di Francesca Chiarotto, Operazione Gramsci, Bruno Mondadori, e da Gramsci in carcere e fascismo, Salerno Editrice, di Luciano Canfora); è una vecchia storia. Oggi tutti sanno, se vogliono sapere, che, malgrado i dissensi gravi e le differenze nette, grazie a Togliatti noi abbiamo Gramsci, autore tutto postumo. E basta con le leggende del "massacro" delle Lettere e dei Quaderni: i tagli ci furono ma non intaccarono il pensiero gramsciano; la stessa pubblicazione in sequenza delle une e degli altri (ossia prima l'uomo, poi il pensatore), nell'edizione tematica (pensata da Togliatti, per Einaudi), filologicamente folle, ma culturalmente avveduta, favorì la scoperta di Gramsci nella cultura italiana. La quale dovrebbe smettere di peccare di provincialismo, usando questa straordinaria figura per i propri regolamenti di conti, accademici o politici che siano.

 

 
AMNESIE PRESIDENZIALI PDF Stampa E-mail
Il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2012
di Angelo d'Orsi

Nel dialogo con il dissidente Adam Michnik apparso ieri su Repubblica, Giorgio Napolitano rivisita il passato del partito che fu il suo e di milioni di italiani e giudica severamente le scelte del Pci, in particolare in relazione al 1956, l'anno spartiacque, come è stato chiamato. Fu drammatico, quell'anno, per la concomitanza tra le "rivelazioni" di Kruscev al XX congresso del Pcus, le sommosse in Polonia, la sanguinosa repressione dei moti d'Ungheria da parte delle truppe sovietiche. In Italia, sede del maggior Partito Comunista d'Occidente, i contraccolpi provocarono lacerazioni interne al partito, rottura a sinistra, con il PSI di Nenni e la fine dell'idillio tra intellettuali e Pci, che, a partire dalla pubblicazione delle opere di Gramsci era stato inteso, avviando la cosiddetta egemonia culturale della sinistra.
Ma nel '56 il Partito, pur con aspre crisi interne, rimase ancorato all'Unione Sovietica, giustificando l'invasione dell'Ungheria: fu una scelta all'insegna del realismo politico che oggi Napolitano giudica "un tragico errore".Togliatti era un uomo troppo intelligente per non accorgersi che i moti ungheresi non erano tutti fomentati dalle "potenze imperialistiche": eppure il timore di "fare un favore all'imperialismo" era troppo forte e i tempi non gli parvero maturi per consentire al partito italiano una piena autonomia rispetto a Mosca.
Certo, tutto ciò avvenne non senza contrasti interni alla Direzione del partito (si ricorda in particolare il gesto di rottura di Giuseppe Di Vittorio), e soprattutto le fibrillazioni di molti intellettuali che firmarono il famoso Manifesto dei 101, in cui si smarcavano dall'Unità che aveva salutato entusiasta l'ingresso dell'Armata Rossa a Budapest (salvo poi, nell'arco di poche ore, sotto le pressioni dei dirigenti, ritrattare). Un illuminante scambio di lettere tra Togliatti e Giulio Einaudi (l'editore che stava pubblicando Gramsci) ci mostra il contrasto fra la posizione privata (anche Togliatti giudicava negativamente l'intervento sovietico) e quella pubblica: "Si sta con la propria parte anche quando essa sbaglia".
Oggi Napolitano parla, a ragione del rapporto con l'Urss come di "una prigione"; ma forse dimentica il contesto storico in cui quel rapporto fra disuguali si dispiegò: la Guerra fredda, il maccartismo negli USA, i Comitati civici, lo strapotere democristiano e la Celere in Italia. Il presidente non indulge alle grottesche sentenze di tanti ex che non soltanto rinnegano il proprio passato, ma gettano fra le nefandezze della storia la vicenda dell'intero movimento comunista, si esprime sobriamente nella sua rivisitazione critica di quel passato. Nel '56 egli non ebbe di certo la forza o la volontà di differenziarsi dalla linea togliattiana, la quale stava in realtà cambiando proprio in relazione agli eventi di quell'anno.
Tuttavia Napolitano faceva parte del Comitato Centrale e nell'VIII Congresso del Pci che chiuse l'anno, pare abbia redarguito Antonio Giolitti che era invece stato critico, vantando la democrazia interna al partito, che aveva appunto consentito posizioni come quella giolittiana. Togliatti, dal canto suo, rivendicò l'importanza del rapporto con l'Urss, ma sottolineò con forza che non c'era (più) "né Stato guida, né partito guida". La guida "sono i nostri principi, gli interessi della classe operaia e del popolo italiano... i doveri della solidarietà internazionale". E invitò il partito a seguire, "nella nostra marcia verso il socialismo, una via italiana".
Fu in fondo anche grazie a quel "tragico errore" che il Pci intraprese una strada diversa, che lo condusse nelle istituzioni e, con Giorgio Napolitano, al loro vertice.

 

 
DIRITTO DI REPLICA PDF Stampa E-mail
Pubblichiamo, pur non essendo tenuti a farlo,  le missive a raffica di Alessandro Orsini giunte all’editore della nostra rivista (?) e al direttore Angelo d’Orsi in seguito all’articolo di quest’ultimo  su «La Stampa» e ai due post pubblicati sul nostro Blog (Tarascio 14.3.2012 e Albeltaro 24.3.2012). Teniamo tuttavia a far notare che chiunque può inserire  un commento all’interno dei nostri post (nei limiti del rispetto e dell’educazione), come in qualsiasi altro Blog.
Pubblichiamo, dunque, le repliche di Orsini e il collegamento al suo post del 19 marzo, puntualizzando come non vi sia in questo nessun link che rimandi al nostro sito, ma solo citazioni di espressioni mai comparse sul blog di
Historia Magistra, come i lettori potranno verificare. A proposito di correttezza e tolleranza.

La Redazione del Sito web di HISTORIA MAGISTRA

Prima lettera di Orsini

Caro Angelo D’Orsi, Direttore di “Historia Magistra”,
leggo i suoi interventi e quelli dei suoi assistenti su Historia Magistra contro di me e contro il mio “Gramsci e Turati. Le due sinistre”. Si tratta di documenti preziosi che confermano i miei studi sulla violenza verbale, la chiusura preventiva alle idee dell’altro, l’insulto e la denigrazione personale, oltre alla profonda intolleranza che anima quella sinistra che si richiama al magistero pedagogico di Gramsci.
Nei documenti che appaiono sul sito di Historia Magistra, non mancano alcune contraddizioni, tipiche di un certo universo culturale, che avevo già messo in evidenza nel mio Il rivoluzionario benestante (Rubbettino, 2010). Penso, ad esempio, al recente articolo di un suo allievo, responsabile università del PRC piemontese e membro del comitato di redazione di Historia Magistra (“Quando uno si esalta”, 24 marzo 2012), il quale scrive con l’unico intento di denigrarmi sul piano personale. L’aspetto singolare della faccenda è che l’autore, a giudicare dai non-argomenti che utilizza, dal linguaggio e dagli attacchi alla mia persona, si presenta come un uomo esaltatissimo (c’è anche uno slogan in favore della “grande storia del comunismo italiano!”).
Non mi soffermo sulle omissioni e le scorrettezze dell’autore in questione, volte a stravolgere completamente i fatti in favore di un suo compagno di partito*, il quale, per primo, mi aveva attaccato sul piano personale, definendomi un uomo “disonesto”, oltre che un falsificatore di testi, contro cui sarebbe lecito utilizzare insulti ed “espressioni volgari” (14 marzo 2012). Avevo ed ho il diritto di replicare alle vostre offese.
Historia Magistra gode di pessima fama in ambito scientifico. Ne comprendo le ragioni.
Sarebbe doveroso da parte Sua consentire ai lettori di Historia Magistra di leggere la mia risposta articolata ai vostri commenti offensivi. Non è affatto vero che io non abbia risposto, documentando e argomentando, anche sotto il profilo metodologico, la mia posizione. Per il futuro, la invito a rispettare le regole fondamentali del dibattito intellettuale. Il direttore di una rivista accademica dovrebbe essere un educatore per i giovani. Lei è un professore universitario, se lo ricordi.
Tranquillizzi i suoi assistenti. Nessuno di loro ha mai “fatto a pezzi” il mio libro. I libri non si fanno a pezzi e non si bruciano.
Tristi ricordi.
Ecco la mia replica pubblicata il 19 marzo 2012, ma da voi mai riportata:
http://www.blog.rubbettinoeditore.it/cartabianca/2012/03/19/angelo-dorsi-come-fenomeno-culturale/

*Giacomo Tarascio non risulta iscritto a partiti politici.


Seconda lettera di Orsini


Caro Professor D'Orsi,
come certamente saprà, non ho mai sopportato i prepotenti. Soprattutto quando i prepotenti si organizzano gerarchicamente per denigrare, aggredire, insultare, con il il fine di incutere paura.
La invito a rispettare le regole fondamentali del dibattito intellettuale e a pubblicare la mia risposta al vostro Albertaro. Se la sua è davvero una rivista accademica, e non un foglio di partito, consentite ai lettori di Historia Magistra di leggere la mia difesa alle vostre ingiurie. Le allego nuovamente il testo.  
Questo è il mio primo sollecito.
Alessandro Orsini

Risposta di Angelo d’Orsi


Egregio Dottor Orsini,
vedo con piacere che ha ristabilito una forma corretta se non nella comunicazione, almeno nell'intestazione.
Oggi è l'anniversario della morte di Filippo Turati (lo sapeva!?). E in onore di questa grande figura ho deciso di risponderle, sia pure brevemente.
Io non ho alcun dover di pubblicare le sue repliche, a cui del resto Ella ha dato la massima risonanza. Come alle sue proteste, che addirittura hanno coinvolto - nei Suoi intendimenti, quanto meno - non solo l'Editore della rivista, e il Suo editore, ma il giornale al quale collaboro, e persino la mia Presidenza di Facoltà. Che dire? Lei (e il Suo Editore) dovrebbe essermi grato per aver favorito, nel mio piccolo, dopo il formidabile assist del buon Saviano, il suo quarto d'ora di celebrità! E invece protesta, smania, minaccia querele e allude a risarcimenti economici. Non le pare di esagerare? Non ha nessuno che le sappia dare un buon consiglio? Mi spiace per lei. Che, malgrado tutto, ricorderà, mi era simpatico, e un po' continua ad essermi tale: in fondo mi fa tenerezza.
 Ma lei, dottor Orsini, pensa davvero che sia una buona risposta procedere con insinuazioni, insulti, e grotteschi ammonimenti a far bene il mio lavoro di docente, maestro, e direttore di riviste. Crede proprio che ci sia un "complotto" (comunista? baronale? gramsciano? cominternista?), ai suoi danni? Che lei sia la vittima sacrificale di un vecchio "arcigno barone" che vuole danneggiare o impedire l'ascesa alla cattedra di giovani valorosi e indipendenti (ossia Lei stesso)? Davvero pensa che qualcuno possa prendere sul serio i Suoi moniti? Perché non si ferma e conta non fino a 3, o 33, o 333, ma almeno fino a 1000, prima di scrivere?
Venendo al merito:
1) le ricordo che fino a pochi giorni or sono Lei mi ha insistentemente invitatato a Roma a presentare il Suo libro, precisando che avrei potuto dire tutto il male che ne avessi pensato;
2) ho scritto un articolo per "La Stampa", molto moderato nei toni e nei contenuti, in cui ho accennato anche al Suo lavoro, su cui avevo espresso anche un severo giudizio a caldo in una intervista telefonica (che non è un testo scritto, naturalmente, ed è soggetta al lavoro del giornalista, che la può "cucinare" a suo piacimento);
3) da allora Lei è come impazzito, scrivendo, appunto, a destra e a mancina, mandando ukaze, strepitando, reclamando, ed è trasceso in espressioni dirette a me, al mio ruolo, di docente studioso e direttore, ai miei collaboratori o allievi, a dir poco "intolleranti"  (per ricorrere a un concetto centrale nella sua produzione storico-politica);
4) non pago di averci insultati tutti, ora pretende che sul sito di "Historia Magistra" pubblichiamo quegli insulti!
Tutto ciò detto, e ribadito che le Sue minacce di azioni giudiziarie sono del tutto fuori luogo, e pericolose, in quanto alla Sua eventuale querela dovrei immediatamente far seguito con una controquerela, contribuendo a intasare i già debordanti archivi della giustizia italiana, Le comunico che metteremo sul nostro sito un riferimento al link con le sue irriguardose espressioni nei nostri confronti. Lo faccio, ripeto, per Turati, ma anche e soprattutto perché sono un po' preoccupato - me lo lasci dire, proprio per la simpatia, pregressa, prima che lei diventasse molesto finendo per cancellarla (quasi completamente; ripeto, un po' ne è rimasta...) - per lo stato della Sua salute mentale che non voglio contribuire a far peggiorare.
Mi consenta infine un'osservazione, "caro Alessandro": quando si scrive, e si pubblica, bisogna essere in grado di sostenere il peso delle critiche. E non si può pensare di replicare a ciascuna di esse. Aggiungo anche che le Sue repliche alle puntualissime osservazioni - peraltro corrispondenti a quello che qualsivoglia studioso degno del nome le potrebbe muovere - sono state tanto evasive, nella sostanza, quanto urlate nella forma. E la smetta di impancarsi a maestro di dialogo, per favore! Altrimenti, io che lei ha definito "un caso culturale", non potrò che etichettarla come "un caso umano"...
Cordialmente (nel nome del povero Turati, che meriterebbe miglior difesa...)
Ad'O

Terza (e speriamo ultima) lettera di Orsini

Caro Professor D'Orsi,
Le sue insinuazioni sulla mia “salute mentale” sono gravi. L’intero contenuto di questa sua email, e di altre sue esternazioni pubbliche nei miei confronti, è grave. Pur essendoci tutti gli estremi per una querela, rilevati dai migliori avvocati penalisti di Roma, non voglio procedere in tal senso perché la considererei una sconfitta per tutti. Cerchiamo di chiarirci in maniera ragionata e civile.  
1) In primo luogo, io NON HO MAI insultato nessuno. Mi sono limitato a replicare alle vostre aggressioni personali e, lo ribadisco, ho replicato senza insultare. Il dibattito tra noi è pubblico. Tutti potranno verificare chi ha insultato e chi ha esercitato il proprio sacrosanto diritto di difendere la propria reputazione.
2) Lei ha utilizzato la sua posizione di editorialista de la Stampa per afermare che io sarei uno studioso “improvvido e privo di credenziali scientifiche”. Anche il più modesto degli avvocati riuscirebbe a dimostrare che questa affermazione è lesiva della mia immagine professionale, oltre a essere seccamente smentita dal mio curriculum, che è pubblico.
3) Le ho inviato l’articolo che appare sul mio blog, mettendo in copia alcuni suoi colleghi, tra cui il Suo preside, per la seguente ragione. Il professor D’Orsi può raggiungere migliaia di persone attraverso la Stampa; dispone di decine di collaboratori che mi attaccano sul piano personale e dirige una rivista. Io, invece, non ho mezzi adeguati per far sentire la mia voce e posso difendermi soltanto con le email. Riconoscerà che stiamo conducendo una battaglia ad armi impari. Non “strepito” e non “impazzisco”, come Lei scrive: cerco soltanto di non soccombere alle vostre aggressioni. Crede, forse, che dovrei rimanere a guardare mentre mi bersagliate?
4) Non è vero che le mie repliche sono state “evasive”. Sono state, invece, molto dettagliate. Ho cercato di spiegarvi la mia impostazione metodologica e i miei autori di riferimento. Può non piacervi il mio approccio, ma questo non vi autorizza a descrivermi come un rifiuto dell’Università italiana, un “disonesto”, un falsificatore di testi o un cretino. Mi scusi, professor D’Orsi, le costa tanta fatica dire: “Non sono d’accordo con Orsini”, piuttosto che dire: “Orsini non ha credenziali scientifiche”; “è uno studioso improvvido”; “il suo libro è una porcheria”, “le tesi di Orsini suscitano orrore e raccapriccio”?
5) Io non condivido il suo ruolo di educatore. Questo non è un insulto. È esprimere un punto di vista. A mio gudizio, Lei non educa i giovani studiosi a rispettare i loro interlocutori nel dibattito pubblico, altrimenti non autorizzerebbe la pubblicazione di certi testi. Altri direttori di riviste agiscono diversamente. Con questo non voglio dire che lei sia cattivo o disonesto. Dico che Lei ha abbracciato un modello pedagogico che non promuove la tolleranza e il rispetto delle idee. Ovunque il Suo modello pedagogico è giunto al potere, non ha favorito lo sviluppo della tolleranza e nemmeno della ricerca scientifica.
6) Mi auguro che Historia Magistra pubblichi la replica che appare sul mio blog. Non per compassione nei confronti della mia “salute mentale” (Lei e’ davvero offensivo, se ne rende conto?), ma per una questione di rispetto nei confronti delle regole fondamentali del libero dibattito.
Un’ultima osservazione: niente di ciò che scrive induce a ritenere che Lei sia abituato a contare fino a tre prima di agire.
La saluto porgendole la mano. Ringrazio sempre le persone che leggono i miei libri, anche se non sono sicuro che Lei li abbia letti davvero.
Grazie ugualmente.
Alessandro Orsini


Per quanto ci riguarda, consideriamo la polemica chiusa: non intendiamo replicare ulteriormente al dott. Orsini.

La Redazione del sito Web di HISTORIA MAGISTRA

 

 
GRAMSCI NELLA GUERRA DEI MONDI PDF Stampa E-mail
La Stampa, 15 marzo 2012
di Angelo d'Orsi

Dalle illazioni sul "quaderno mancante" alla contrapposizione con Turati: un classico usato per regolare i conti del presente



Si sa: Gramsci è oggi l'autore italiano più studiato nel mondo. Un classico, tuttavia, che, a differenza di Spinoza o di Kant, suscita passioni vivissime; parlare di Gramsci significa mettere le mani nella dolorosa vicenda del socialismo e del comunismo. Una storia di sconfitte, di scontri interni, di lacerazioni. Meno facile è comprendere perché si usi Gramsci per regolare i conti del presente. E qui, sovente, gli studiosi invece di vigilare con il rigore necessario cedono a tentazioni «scoopistiche» o cadono in un pamphlettismo facilone.
Ne è esempio il libretto di Franco Lo Piparo (I due carceri di Gramsci, Donzelli), studioso di linguistica autore di pregevoli studi gramsciani, che ripropone vecchie, indimostrate accuse mosse a Togliatti, che non avrebbe fatto ciò che avrebbe potuto per salvare il compagno dal carcere, anzi, tutto sommato, sarebbe stato contento di una infinita carcerazione; ma il cuore dell'attacco di Lo Piparo concerne il famoso «quaderno scomparso», il 34° (si conoscono 33 quaderni). Si tratta di una chiacchiera («una leggenda», l'ha liquidata il maggior conoscitore dei Quaderni del carcere, Gianni Francioni) che viene da lontano, e mai tradotta in prova storica. Nell'ultima stazione del suo lungo calvario, la clinica Quisisana di Roma, Gramsci non scrisse più, il che insospettisce Lo Piparo (possibile non abbia scritto più? qualcuno avrà nascosto quelle ultime pagine?). L'autore ricorre quindi a congetture, supposizioni, ipotesi, senza precisi riscontri. La comunità dei gramsciologi-gramsciani (in particolare sulla mailing list della International Gramsci Society Italia, ma anche in altre sedi) ha respinto, con argomenti ineccepibili, e toni via via più accesi, le tesi di Lo Piparo, il quale a sua volta sempre più risentito ha replicato, dando vita a una sorta di scontro fratricida. Che è stato acuito dalle insinuazioni (sull'organo ufficioso del revisionismo storiografico, la rivista Nuova Storia Contemporanea, ma riprese dalla Repubblica) di Dario Biocca, l'accusatore (senza prove) di Silone-spia, il quale insinua che anche Gramsci avrebbe «tradito» la causa, dichiarandosi pentito («ravveduto»), per ottenere la libertà.
La guerra è diventata però totale quando sempre La Repubblica ha «lanciato» un altro libro, a differenza di quello di Lo Piparo, privo di credenziali scientifiche: autore un giovane vivace, e improvvido studioso, Alessandro Orsini (Gramsci e Turati. Le due sinistre, Rubbettino), che rilancia la contrapposizione Gramsci-Turati, schierandosi dalla parte del secondo (socialista buono) contro il primo (comunista cattivo). Libro che sarebbe passato inosservato se non fosse stato recensito da un opinion leader come Saviano, del tutto ignaro, a sua volta, tanto di Gramsci, quanto di Turati. E da qui la contesa storiografica è divenuta guerra dei mondi. Alle rinnovate ire dei gramsciani hanno fatto riscontro interessate approvazioni nella residua e un po' appartata cultura socialista (in particolare sulla mailing list del Circolo Rosselli). E molti, invece di contestualizzare i giudizi aspri che Gramsci diede del leader socialista, in una certa fase storica, non hanno resistito, proprio come Orsini, alla tentazione di assolutizzarli. E hanno provato a portare acqua ai propri mulini. Il presidente della Regione Campania, l'ex socialista Caldoro (oggi in quota PdL), ha lanciato un tweet per agganciarsi a Saviano. La questione storica viene sorpassata dalla politica dell'oggi, dove pure non si sa chi sarebbero gli eredi dei comunisti, né dei socialisti.
Del resto il libro di Lo Piparo potrebbe essere usato contro quello di Orsini (e i suoi laudatori, a partire da Saviano), giacché il primo insinua che Gramsci in prigione abbia abbandonato il comunismo e lo stesso marxismo, che quasi in punto di morte considerò una sorta di errore catastrofico nella propria biografia. E come prova cita due famose frasi: una di Croce che affascinato dalle lettere del prigioniero lo etichettò come «uno dei nostri» (nel senso di un grande spirito, un pensatore, un intellettuale, non certo un liberale!), e l'altra di Luigi Russo, che parlò di «comunismo liberale», ossia, «non autocratico e poliziesco»: e dove sarebbe la novità? Non è forse questa la prima ragione che ha «salvato» il pensiero di Gramsci dal crollo del Muro? Il suo era un comunismo «diverso», e il fatto che mirasse a liberare i «subalterni» invece della «classe operaia» non è una prova di abbandono del marxismo (come pretende Lo Piparo), ma piuttosto di una concezione più ampia, e moderna, adeguata al proprio tempo, rispetto a quella di Marx, che rimase tuttavia sempre lo zoccolo duro del suo pensiero. Che conosciamo grazie a Togliatti, e non malgrado Togliatti. Oggi ha ancora senso chiedersi chi aveva torto? Forse sì, purché non si trasformi un giudizio storico in un giudizio politico sul nostro tempo. Nel quale, ahinoi, sono assenti tanto i Turati, quanto i Togliatti, quanto, soprattutto, i Gramsci.

 

 
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