Cronache del nuovo millenniodi Francesco Aqueci(13.1.2013) Il tema della casta politica solo all'apparenza è un fatto di politica interna, e viene da lontano. L'Europa, sotto l'ombrello della guerra fredda, ha vissuto sino a tutti gli anni Ottanta come un enfant gaté. Poi, è stata rifondata a Maastricht. Ci riferiamo sempre a De Gasperi, ma lì, per l'Italia, i protagonisti sono stati Giulio Andreotti e Guido Carli. Un cinico e un pessimista. Di fronte al debito che cresceva, Carli si interrogava angosciato: perché gli italiani consumano così tanto? Invece di andare in direzione del Vaticano, promuovendo una nuova Porta Pia, entrambi, e con loro tutta la classe governante, pensarono che si potessero riformare gli italiani, ponendo un vincolo esterno. L'Europa diventava perciò un fatto esteriore. Quello che non si riusciva ad avere per consenso, lo si sarebbe ottenuto per autorità. Di qui la divaricazione che ha portato da un lato alla casta, che vive di rendita, tanto c'è l'Europa che ci pensa, e dall'altro all'antipolitica, cioè la rabbia contro dettami dall'alto verso cui non c'è consenso. Naturalmente, il vincolo esterno era anche un modo per sedere al tavolo dei grandi. Un neocavourrismo permanente, di cui Mario Monti è la perfetta incarnazione. Gli esodati sono l'equivalente del pugno di morti della guerra di Crimea. Ma l'Europa non è divenuta una caserma solo per gli italiani. A Maastricht, Delors diceva occupazione, e Lamers rispondeva stabilità monetaria. Firmarono con la riserva mentale, mentre i popoli ignari sciamavano nei meandri del consumismo. E l'ha avuta vinta la stabilità, cioè la potenza, l'antico vizio europeo, rilegittimato dalle necessità della “globalizzazione” . Il liberismo, in Europa, si è diffuso perché era lo strumento più adatto per ottenere, tramite la moneta, la potenza. L'euro, perciò, nel momento stesso in cui li salvava, è diventato un fardello per i popoli. Al dovere di consumare si è aggiunto quello di dover lavorare di più, per potere consumare di più che richiede di lavorare di più. Insomma, diciamo Europa, ma a Maastricht ne è nata una molto diversa da quella pensata negli anni Cinquanta, un'Europa ottocentesca, ma sublimata nei cieli della finanza. Siamo di fronte ad un equivoco, ma non si vedono le forze che possono chiarirlo.
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Cronache del nuovo millenniodi Francesco Aqueci(17.11.2012) «Più che di precarizzazione bisognerebbe parlare di autonomizzazione del lavoro. Lavoratori con contratti brevissimi, dipendenti costretti ad aprirsi la partita Iva, impiegati con progetti che mascherano la subordinazione non temono il licenziamento perché non hanno mai avuto una vera assunzione. Vivono gomito a gomito con garantiti meno preparati, meno impegnati ma più tutelati, realizzando che neppure col pensionamento li sostituiranno. Si autorappresentano sempre più come autonomi. E come tali guardano alla destra degli imprenditori e con fastidio alla sinistra delle tasse (che non si traducono né in welfare, né in servizi, né in maggiori garanzie)» (A. Mangano, Voto di classe, “il manifesto”, 17.11.2011, p. 16). In realtà, più che di autonomizzazione del lavoro, bisognerebbe parlare di una atomizzazione del lavoratore. Certamente, la rottura del legame di classe crea l'autorappresentazione di essere autonomi, ma si tratta letteralmente di una coscienza alienata, alla quale la destra dell'individuo privato fornisce una sorta di scena sulla quale il lavoratore atomizzato proietta il suo cuore, per dirla con Rousseau, isolandosi dagli altri lavoratori come lui, così come avviene nella sala buia del teatro tra uno spettatore e l'altro. Ciò che conta, allora, è la rappresentazione, e il berlusconismo è stato (e probabilmente continuerà ancora ad essere) la sceneggiatura di tale rappresentazione. L'articolo conclude: «La domanda – a questo punto – è molto semplice. La sinistra si limiterà a gestire gli spazi della garanzia (modello Bersani)? Proverà a erodere gli spazi della destra (modello Renzi)? Riuscirà a pensare un “autonomo” di sinistra (modello ancora inesistente)?». Mi sembrano domande non pertinenti. La sinistra deve ricostruire il legame di classe, e per far questo deve ribaltare i rapporti di forza tra capitale e lavoro. Se il capitale ha atomizzato per dominare e egemonizzare, il lavoro deve sottrarsi alla dimensione privatistica in cui il capitale lo ha costretto, distruggendo la scena alienata che lo imprigiona. Sta alla lotta sindacale e politica, che deve ritornare ad essere internazionalista, trovare gli strumenti per operare questo ribaltamento. Реклама, объявления "кредит в автосалоне"и так далее. Насколько Римо понял, в последние три "Скачать т 61"тысячи лет угроза голода исчезла. Зеб Стумп "Книги анатолия некрасова читать"только что вернулся с "Игры скачать волк и яйца"охоты и принес на асиенду "Клип ранетки ранетки скачать"дичь, добытую с помощью его не знающего "Евлампия романова скачать бесплатно книги"промаха ружья. Рабинович заморгал от яркого света. В минуту, когда "Скачать жека альбомами"это произошло, никто "Синхронизация адресной книги"на корабле даже не подозревал о "Новые книги пелевина"случившемся. Сказал, что вернется к восьми утра, а "Музыка с прослушка скачать"теперь шесть вечера, если только техасское солнце не врет.
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Cronache del nuovo millenniodi Francesco Aqueci(10.10.2012) Il successo dell'Italian Theory non a caso tocca il suo apice negli anni del berlusconismo, e si espande all'estero, trainato prepotentemente dalla teorizzazione di Negri e Hardt. Ma sarebbe da indagare come mai esso ottiene più udienza nelle Università degli Stati Uniti piuttosto che in quelle dell'America Latina, dove invece permane solida l'egemonia del marxismo classico di Gramsci e Della Volpe. La fortuna dell'Italian Theory oggi è all'apice, ma essa è la coscienza di rapporti sociali che vanno disgregandosi. Il vitale è sempre prorompente, assalta gli Stati, saccheggia fortezze e casematte della società civile, ma un bisogno di ordine si fa strada. Restando nell'empireo della coscienza, questo bisogno oggi lo si può trovare in una filosofia d'importazione come la filosofia analitica, un nicodemismo che nasconde molte punte “rivoluzionarie”, e il cui house organ è il Domenicale del Sole 24 Ore, così come lo si può trovare in un neomarxismo tutto preso dalla filologia del testo marxiano, così pure lo si può anche rinvenire in certe teorizzazioni bioetiche, dove si scontrano le placche tettoniche della questione sessuale, che in Italia vuol dire essenzialmente questione cattolica. Ciascuna di queste tendenze, e altre che si potrebbero citare, come ad esempio certe folcloristiche riproposizioni “complesse” dell'antico storicismo crociano, procede per conto suo, nel panorama devastato del disordine che l'Italian Theory ha baldanzosamente interpretato, e assomigliano agli eremi dove si raccolsero i superstiti dell'antica cultura, che viene perciò tramandata con la stessa cura e la stessa passione degli amanuensi di un tempo. Manca però una comune intenzione verso la totalità che ne unifichi gli sforzi contro gli assalti e le scorribande che il vitale reitera.
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Cronache del nuovo millenniodi Francesco Aqueci(12.7.2012) Coloro che, animati dalle migliori intenzioni, propongono un ritorno a Keynes per uscire dalla crisi, omettono di porsi una domanda che pure è del tutto pertinente: perché dopo il periodo d’oro degli anni 1945-1970, in cui lo schema di Keynes “investimenti più consumi” sembrava funzionare a meraviglia, è tornata la crisi e c’è stata la reazione neoliberista? Cos’è che non ha retto in quella combinazione? E se non ha retto, perché dovremmo riaffidarci oggi a una ricetta che non ha funzionato? “Investimenti più consumi” era la traduzione economica dei vizi privati e delle pubbliche virtù, l’edonismo razionale che l’assetto capitalistico metteva a disposizione delle masse. Ma la borghesia ha avuto una grande paura quando è salita la richiesta che l’immaginazione andasse al potere. Lì ha capito che stava allevando i suoi becchini, che non erano però le avanguardie proletarie ma i propri figli, i figli di una classe media sempre più sterminata, che inseguivano il ciclo ricorsivo e illimitato del desiderio cui li spingeva una norma assunta esteriormente. Per un processo endogeno, la “società”, cioè la società borghese, si stava dissolvendo. Nel frattempo, però, le avanguardie operaie si erano incagliate in uno schema speculare e opposto, “investimenti senza consumi”, uno spaventoso universo del Dovere produttivo cui sfuggivano facendo finta di applicarsi ad un lavoro che odiavano. Nell’assenza di una risposta, dunque, che nel 1989 divenne addirittura bancarotta, la borghesia giocò d’anticipo, e poi, dal 1990 in poi, batté i pugni sul tavolo contro i propri figli degeneri ma, più in generale, contro tutti coloro che erano rimasti “senza”, e su cui adesso si estendeva il suo dominio. Così venne l’inverno neoliberista, dove il consumo bisogna guadagnarselo con il sudore della fronte. Una doppia condanna, il lavoro e il consumo, che è come dire “muori, desiderando”. Ed è così che la classe media sta deperendo, è l’unico modo per il capitalismo di salvare la propria essenza, il feticcio della norma e la deiezione delle pulsioni. Keynes, dunque, era un palliativo rispetto a questo assetto, ed è per questo che i bravi borghesi, con acuto senso della sopravvivenza, inorridiscono al pensiero che il suo schema possa tornare in auge. Essi invece sanno bene che ormai l’unico modo di sopravvivere è la dittatura del Dovere, “abituarsi ad un nuovo stile di vita povero”, come ha detto in faccia l’amministratore delegato Marchionne ai rappresentanti sindacali della sua azienda. Come si può pensare, dunque, di tornare a Keynes, come se nulla fosse? Si può ragionevolmente credere che la storia è un susseguirsi di cicli del piacere e del dovere? Questo è un naturalismo che il capitalismo non farà passare, perché ne va della sua sopravvivenza. In realtà, il capitalismo è spontaneamente storicista, perché sa che la propria esistenza consiste in quella scissione tra norma e pulsioni. Non ci sono palingenesi, non c’è l’araba fenice che risorge dalle sue ceneri, se la storia va avanti, il capitalismo sarà spazzato via. L’inverno neoliberista, dunque, nel suo stridore, prelude a una svolta radicale. Ma cosa possiamo, se non sapere, almeno intuire di ciò che verrà? Che ne sarà del desiderio finalmente tratto dalla deiezione cui la scissione l’aveva relegato a fronte della norma ieratica? Esistono avanguardie in grado di imprimere una presa di coscienza a questo processo che preme dolorosamente sulla scorza screpolata del presente?
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Cronache del nuovo millenniodi Francesco Aqueci(12.3.2012) Il berlusconismo è stato una lunga guerra nella sovrastruttura: televisione, università, case editrici, giornali. Monti invece vuole affondare nella struttura, cambiare la costituzione economica di questo paese, renderlo effettivamente diseguale.
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Cronache del nuovo millenniodi Francesco Aqueci(15.1.2012) I luoghi del potere a Roma raccontano da sé gli ultimi novant'anni della storia d'Italia. In origine, a Piazza Venezia c'è il castello del signore assoluto, con la sua torre e il suo balcone che troneggia al centro dell'imponente facciata. Alla sua caduta, il potere che deteneva, e che era lo spirito delle masse che aveva interpretato ed esorcizzato subito dopo la guerra del ‘15-’18, si divide nei due fortilizi contrapposti a poche centinaia di metri l'uno dall'altro, rispettivamente quasi a destra e a sinistra del vecchio maniero, e cioè quello rosso di Botteghe Oscure e quello bianco di Piazza del Gesù. Svuotati di ogni potere dalla fine della guerra fredda, il 1989 europeo, il residuo potere del fortilizio bianco viene ereditato da un signore privato della cosiddetta società civile, che affitta un piano di un palazzo nobiliare posto all'imbocco di Piazza del Gesù, e da quella postazione simbolica gestisce gli affari dello Stato quasi nel suo esclusivo interesse personale, lasciando che prosperino quelli degli altri, quando coincidono con i suoi. Raminga la sinistra, quando anche questo residuo equilibrio si esaurisce per le incompatibilità finanziarie del sistema, viene il podestà straniero, mandatario dei poteri del Nord d'Italia e d'Europa, che celebra con la famiglia il capodanno 2012 a Palazzo Chigi, nella sede ufficiale del governo. ВНЕЗАПНЫЙ "Поло скачать фильм"ПЕРЕРЫВ В ЗАСЕДАНИИ Последние слова мустангера, которые доставили "Скачать симс аксессуары для симс"такую радость Луизе Пойндекстер, на большинство "кредит в долларах"слушателей произвели совсем иное "Overlord 2 русификатор звука скачать"впечатление. Римо чувствовал себя немного бодрее. Однако было "Скачать бесплатно игру на компьютер call of duty"ясно, что индейцы, укрывшиеся в перелеске, "Мтс телефонная книга"заняли более выгодную позицию и окружают нас. Только "Армянски клавиатура скачать"никуда не уходите с этого места. Полицейские тройки "Скачать видео голой девушки"встречали их, оставляли лошадей "Цифровая крепость книга скачать"конюхам и сопровождали дистанционно управляемые машины до "Поиск книг по библиотеке"возвращения их на заставу. откликнулась за моей спиной девушка.
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Cronache del nuovo millenniodi Francesco Aqueci(15.11.2011) Nelle Lotte di classe in Francia, Marx scrive che «il credito pubblico e il credito privato sono il termometro economico col quale si può misurare l’intensità di una rivoluzione. Nella stessa misura in cui essi precipitano, salgono l’ardore e la forza creatrice della rivoluzione» (p. 388). Il crollo odierno della fiducia nei mercati finanziari, dove nessuno fa più credito a nessuno, ha perciò l’amaro significato di una ardente rivoluzione che, dopo decenni di pedagogia del consumo, non trova più rivoluzionari, e dove invece trionfano, si può dire sempre sulla scorta di un’osservazione di Marx nelle Lotte di classe in Francia, gli «uomini senza significato», di cui l’italiano Berlusconi è il campione massimo: «Così accadde, come ebbe a dire la Neue Rheinische Zeitung, che l’uomo più limitato della Francia acquistasse il significato più multiforme. Appunto perché non era nulla, egli poteva significare tutto, fuorché se stesso» (p. 413). Già, perché nei momenti in cui è se stesso, è solo un patetico gaffeur.
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27.2.2013 di Gesualdo Maffia Mentre l’Italia si ritrova nuovamente in una situazione di sostanziale ingovernabilità dopo le elezioni politiche del 24-25 febbraio, in Ecuador, Paese territorialmente di poco più piccolo, come previsto da tempo è stato confermato per il terzo mandato consecutivo Rafael Correa. Uscito indenne dalla maldestra rivolta della polizia del 30 settembre 2010, sostenuto dalla compatta coalizione Alianza País, negli ultimi sondaggi era dato ben oltre il 50% dei consensi, e ha ottenuto precisamente il 56,7% dei suffragi. Il suo partito ben 91 seggi sui 137 dell’Asamblea Nacional. Queste elezioni del 17 febbraio 2013 hanno acquisito una certa importanza nell’area andina, anche a causa della lunga malattia del presidente Venezuelano Chavez. Correa è uno degli esponenti del nuovo bolivarismo, tanto che il sostegno politico alla sua rielezione è stato concesso immediatamente sia dal Venezuela che da Cuba, con cui i rapporti del suo governo sono stati sempre ottimi. Il feeling con Cuba e con il Venezuela chavista, lo aiutano a presentarsi, davanti agli elettori, come nuovo esponente della tradizione bolivariana anche nei termini della politica anti-USA, che si è manifestata ultimamente con la concessione dell’asilo politico ad Assange. In questi anni però ci sono già stati atti importanti nei confronti del Paese nordamericano: l’espulsione dell’ambasciatrice Heather Hodges, a seguito della divulgazione di suoi commenti diffamatori sulla politica presidenziale e sulla polizia ecuadoriana attraverso un cable diplomatico reso pubblico da wikileaks; la dismissione della base USA di Manta: atto da cui l’Europa, fatte le dovute differenze di relazioni diplomatiche, avrebbe molto da imparare! Correa giunge dunque al nuovo, forse ultimo, mandato. Ha ribadito infatti che in futuro gradirebbe vivere all’estero, forse in Belgio, dove ha studiato e ha conosciuto sua moglie. La sua vittoria è frutto di una crescita economica notevole esplosa negli ultimi anni, favorita dalle esportazioni alimentari tradizionali, dalla costruzione di grandi infrastrutture viarie e di servizio, dai contratti stipulati con compagnie multinazionali straniere, in particolare canadesi e cinesi, per lo sfruttamento degli idrocarburi, essendoci nel Paese diversi giacimenti ancora intatti. Correa è andato dritto per la sua strada, facendo varie riforme negli ultimi anni, dando al suo governo un’impronta dirigista e tecnocratica: una riforma tributaria, che fa pagare imposte più alte ai più ricchi, decuplicando le entrate dello Stato; una riforma della giustizia, centralizzatrice e accusata di porre sotto controllo il potere giudiziario, tuttavia necessaria vista la corruzione e l’incompetenza presenti nel sistema ecuadoriano; la riforma del settore dei media, molto criticata anch’essa, ma che nasce dal fatto che anche in Ecuador, come in gran parte dell’America Latina, essi sono controllati dal capitale finanziario e commerciale. Stabilire per legge che nessun potere economico, finanziario e produttivo possa essere proprietario di mezzi di comunicazione, può sembrare un atto populista e ingenuo ai nostri occhi smaliziati, cinici e forse assuefatti alle blande e, spesso, inutilmente e colpevolmente complicate riforme e riformine di casa nostra. Sta di fatto che con Correa è stato messo nero su bianco, cercando di dare una risposta a un problema che esiste ovunque, ma che noi accettiamo passivamente, senza riuscire a esprimere una classe politica capace di metterlo in discussione e affrontarlo a viso aperto. Altri aspetti del nuovo corso correano sono il ricordato recupero del controllo delle risorse naturali dalle mani straniere, lo sviluppo di un programma aerospaziale, l’attacco alla corruzione nella pubblica amministrazione con veri e propri esami e verifiche curriculari per accertare le competenze dei funzionari pubblici. Riforme che toccano anche l’istruzione, ma che attualmente, più che altro, ottengono alcuni risultati sul piano dell’aumento della scolarizzazione, meno sul miglioramento della qualità. Eppure, Correa divide la sinistra ecuadoriana. Alle elezioni infatti si sono presentate altre forze di izquierda in parte fuoriuscite da Alianza País. Forze deboli a livello di consenso di massa, ma che esprimono, soprattutto da parte di alcuni gruppi di intellettuali e movimenti indigeni, critiche al dirigismo e alla lettura quantomeno discutibile che, in determinati contesti, le forze che sostengono il presidente fanno della cosiddetta Revolución ciudadana e, particolarmente, del principio del Buen Vivir, che sintetizza la necessità dell’armonia tra essere umano e natura. Mutuato dalla tradizione indigena e inserito nella costituzione del 2008, questo concetto è alla base dell’aspirazione alla convivenza tra i diversi popoli che costituiscono la nazione ecuadoriana. Lo sfruttamento con il beneplacito dello Stato delle risorse minerarie, porta allo scontro con le comunità andine e amazzoniche che vivono nei territori in questione. Alle posizioni del governo, che invita alla calma e a comprendere che le imprese che si occuperanno dell’estrazione e della lavorazione dei materiali sono esperte e attente alla tutela dell’ambiente, e che avverte come non volendo sfruttare nessuna di queste risorse si favorirebbe la destra, quelle comunità rispondono illustrando gli esempi presenti in tutto il mondo di degrado ambientale e sanitario causato da imprese conosciute e molto esperte chiamate a trivellare e scavare in aree territoriali assai vaste. La soluzione di tutelare l’area degli Yasuní, sarebbe quindi solo un modo per sfoggiare all’estero, da parte governativa, un volto di tutela ambientale che in realtà non esiste in maniera univoca. È dunque principalmente il modello di sviluppo economico che ha portato alla nascita della nueva izquierda di Unidad Plurinacional de Izquierdas, forza debole a queste prime elezioni, ma che può sperare di crescere nel tempo e fare da pungolo alla forza di governo attuale, sul piano della compatibilità dello sviluppo economico con i diritti dell’ambiente e dei popoli andini e amazzonici. Altri movimenti, composti perlopiù da giovani della nuova classe media ecuadoriana, come Movimiento Ruptura de los 25 e Movimiento “Sociedad Unida Más Acción”, si pongono a sinistra unendo ideali ecologisti ad altri di matrice liberale e, in parte, liberista. Gli avversari di area conservatrice hanno vissuto una nuova disfatta. Ma anche loro stanno facendo esperienza, e potrebbero giovarsi in futuro di un eventuale arresto della buona crescita economica del Paese, per recuperare consensi anche a livello popolare. Il principale candidato di destra, l’ex banchiere Guillermo Lasso, del Movimiento Creando Oportunidades (CREO), si è presentato sulla falsariga di Capriles in Venezuela, quindi su un piano di adesione alla corrente neoliberista e filo-USA, non priva però di un certo paternalismo, incarnato molto bene dallo stesso aspirante presidente in una pubblicità televisiva in onda lo scorso anno sulla tv generalista, ancora in qualità di presidente del Banco de Guayaquil. Concludendo, il rinnovato compito di Correa sembra essere quello di rafforzare nel Paese una effettiva promozione sociale per i gruppi svantaggiati (indios e neri). Provando dunque a mettere da parte le forme assistenziali che stanno favorendo una certa passività in una parte non così piccola, circa 1 milione di persone, della popolazione ecuadoriana. Da questo punto di vista, l’iniziativa di aumentare, prima delle elezioni, il Bono De Desarrollo Humano per i poveri del Paese da 35 a 50 dollari mensili, giocando di anticipo sulla proposta del conservatore Lasso, non sembra andare nella giusta direzione. La crescita della classe media potrebbe essere indice sia di una buona congiuntura economica, che di una politica di stampo tradizionalmente socialdemocratico. Resta da vedere in pratica se, alla base del progetto di Alianza País e della sua dialettica attuale con le nuove forze popolari che lottano per l’inclusione e la promozione sociale, ci possa essere una solida radice da cui far germogliare una forma di socialismo del e per il XXI secolo. Ох-хо-хо, не нравится мне это, зловеще произнес Роум. Он опустил его на землю, где тот сел, "Скачать книгу мастер и маргарита булгаков"прислонившись к "Скачать картинку тигра"каменной спинке. Одновременно ему пришла утешительная мысль, что раз Джил отправилась домой за вещами для ночевки, выходит, до ее возвращения у "Скачать песню я пою пою пою"него есть добрых полчаса, а за полчаса, если как следует сосредоточиться, можно наворковать вполне "достаточно. Он замыслил грандиозный план, прокрутил его в мозгу, решил, что это сработает, запомнил его для будущего воплощения. И все же новая мысль натолкнула его на другие идеи. подобное "Скачать песню расторгуева"приветствие могло исходить только от Бегущего Оленя. Но, "Скачать microsoft powerpoint торрент"сказал он наконец, поднимаясь со стула и наступив "Форма 1 бухгалтерского баланса скачать"на труп человека, которого "Скачать tiberium wars"он велел убить наугад, мы "Песня рината рахматуллина скачать"не имеем права проигрывать войн. Все "Скачать red bull red bull"сложилось крайне неудачно, "Скачать журнал рыболов"милорд. 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18.2.2013 diAmedeo Rossi Su «La Stampa» di sabato 16 febbraio 2013 è comparso in prima pagina un titolo dedicato all’assegnazione del premio World Press Photo, “L’urlo e l’innocenza nell’inferno di Gaza. E’ lo scatto dell’anno”, correlato da una piccola riproduzione della fotografia che ha vinto: in primo piano alcuni uomini portano sulle braccia i corpi di due bambini avvolti in bianchi sudari, seguiti da un corteo di altri uomini che si snoda lungo una stradina contornata da grigie pareti. Il titolo rimanda agli articoli di Belpoliti, Bucciarelli e Paci nelle pagine 20 e 21. Non era scontato che un giornale sostanzialmente (anche se spesso, come si vedrà in seguito, in modo elusivo) allineato con Israele desse questa notizia in prima pagina, anche se solo con il titolo, facendo inoltre esplicito riferimento a Gaza, definita come “inferno”. In effetti l’immagine, che dalla didascalia risulta scattata a Gaza il 20 novembre 2012 (ma quanti lettori ricordano cosa sia successo a Gaza in quei giorni?), stampata al centro delle due pagine è di grande impatto, sia per il soggetto che per la qualità estetica: il sapiente uso di luce ed ombra aggiunge alla tragicità del soggetto la potenza di un quadro barocco. I volti dei bambini avvolti nei lenzuoli bianchi si stagliano nel contesto scuro rappresentato dagli uomini che li sostengono e dalle pareti delle case tra le quali si snoda il corteo funebre. La foto vincitrice è contornata dalle immagini che hanno vinto altri premi. La prima, relativa alla categoria “News” riguarda ancora Gaza. Si vede una zona di edifici civili in parte coperta da un’enorme nuvola di fumo nero. La didascalia recita:” Il primo premio [della categoria] è andato al reportage realizzato a Gaza durante l’escalation Israelo-Palestinese [neretto e corsivo sono miei] dello scorso novembre per l’Associated Press da Bernat Armangué, nato a Barcellona nel 1978.” Evidentemente definire in questo modo l’ennesimo attacco israeliano contro Gaza tende a minimizzare quella che è stata un’offensiva militare a tutti gli effetti. Inoltre, trattandosi di un reportage, si suppone che fossero altre le foto che hanno meritato il premio, non quella pubblicata, che risulta piuttosto insignificante. Oltre che dalle altre fotografie, l’immagine vincitrice è accompagnata da un grande titolo su due pagine, che riprende quello pubblicato in prima pagina ma da cui scompare il riferimento a Gaza :“L’urlo e l’innocenza nella foto dell’anno”. Un lungo sottotitolo fa da premessa al primo dei tre articoli presenti nelle due pagine: “Il World Press Photo, il premio più importante per i fotoreporter sceglie un’istantanea scattata a Gaza dallo svedese Paul Hansen a novembre, quando un corteo di soli uomini accompagnò i corpi senza vita di due bambini. Tra i segnalati dalla giuria sei italiani e molte immagini di guerra, morte e sofferenza: che cosa ci racconta oggi il miglior fotogiornalismo del mondo?” Anche in questo caso è da notare che nel sottotitolo viene sottolineato un aspetto in sé secondario (corteo di soli uomini) mentre viene taciuto in che modo sono morti i due bambini, da chi sono stati uccisi, perché i loro corpi sono senza vita. La generalizzazione e soprattutto l’esclusione del contesto specifico denunciato dalla fotografia è presente anche nell’articolo di Marco Belpoliti, che insiste sull’assenza delle donne, sottolineando che si è trattato, oltre che di uno straziante funerale, anche di una manifestazione politica, che Gaza è diventata una piccola miniera di scatti fotografici, e si chiede:” Che cosa vuole comunicarci la giuria del World Press assegnando la palma di foto dell’anno all’immagine di Hansen?” A quanto pare per il giornalista non è sufficiente a giustificare il premio la drammaticità della foto, del luogo e del momento in cui è stata scattata da un fotografo che oltretutto ha condiviso con gli abitanti di Gaza quei terribili giorni e che evidentemente intendeva denunciare. D’altronde, sembra suggerire l’articolo, essendo Gaza una piccola miniera di scatti fotografici non era poi difficile fare uno scatto da premio. Resta da chiedersi come mai lo sia diventato, ma non è questo che interessa sottolineare il giornalista. Infatti secondo Belpoliti il premio è stato assegnato perché corrisponde all’orientamento generale, confermato anche nelle altre foto premiate, che privilegiano immagini di guerre, dolore, sofferenza, situazioni drammatiche che caratterizzerebbero in generale il mondo al di fuori dell’ Occidente (come se quest’ultimo non avesse responsabilità alcuna in merito). Questa prevalenza manifesterebbe un’idea della fotografia come “ registrazione della realtà legata al dolore e alla morte.” In conclusione, tornando alla foto scattata a Gaza, Belpoliti sostiene che i visi dei bambini “addormentati, lontani” rappresentano la loro “assenza presenza [sic] in questo corteo funebre” e che “quel bianco che è simbolo di purezza colpisce più di ogni grida di vendetta che si leva dal coro degli uomini”. Che quei bambini non siano morti per un mero accidente ma in seguito ad un attacco militare dell’esercito israeliano, che ha colpito in modo indiscriminato e per l’ennesima volta la popolazione civile, non pare un argomento rilevante, nonostante siano sottolineati, in merito al contesto, altri elementi specifici: l’assenza di donne, il funerale come manifestazione politica e le grida di vendetta. In definitiva, il giornalista enfatizza tutti quegli aspetti che rimandano il lettore al contesto islamico (e per ciò stesso in odore di terrorismo), evitando nel contempo di evocare l’attore principale, e principale responsabile, di quei piccoli morti. Preferisce assolutizzare l’immagine, riferendosi all’ “universale” sentimento di purezza suscitato dai bianchi sudari, piuttosto che ricordare al lettore le responsabilità di chi ha provocato la tragica “assenza presenza” di quei due bambini. Se l’articolo di Belpoliti riguarda le scelte complessive della giuria e quello di Bucciarelli, fotografo della Stampa anch’egli premiato, racconta del suo lavoro in Siria, la contestualizzazione dell’immagine di Hansen viene affidata a Francesca Paci, che è stata per qualche anno corrispondente della Stampa da Gerusalemme. Il titolo dell’articolo è promettente:” Tutta la Storia che sta dentro uno scatto”. Ma Paci si è già distinta per le sue cronache subdolamente tendenziose, per esempio durante l’offensiva “Piombo fuso” su Gaza, quando ebbe modo di manifestare la propensione ad accreditare le informazioni di fonte israeliana e a screditare quelle palestinesi. In particolare, alcune sue cronache davano l’impressione al lettore che lei si trovasse a Gaza e che raccontasse fatti di prima mano, quando in realtà nel migliore dei casi si trattava di testimonianze raccolte al telefono. Infatti la giornalista utilizza lo stesso espediente anche in questo articolo, esordendo con una descrizione degli effetti di “una notte di bombe, vetri rotti, sirene, quando a Gaza si diffonde la notizia dell’intera famiglia Hijaz sepolta sotto le macerie del campo profughi di Jabalya.” Manca ovviamente il soggetto cha ha causato tutto ciò, cioè l’esercito israeliano, e quest’assenza di nota anche quando Paci parla dei “droni che mettono come sempre alla prova i nervi più saldi”: all’evidenza in quei giorni ad essere messa alla prova è stata la sopravvivenza della popolazione di Gaza, mentre i nervi della signora Paci erano saldissimi, essendo lei non a Gaza ma a Gerusalemme. Quando finalmente vengono citati l’esercito israeliano e l’operazione “Pilastro di difesa”, la giornalista la giustifica sostenendo che l’intenzione era quella di “porre fine ai razzi che da due anni bersagliano le cittadine del Negev”, accogliendo in toto la tesi israeliana sulle ragioni che giustificarono l’offensiva. Quel 20 novembre, racconta la giornalista, “da ore montano tensione, numero dei morti, disinformazione reciproca, ma i corpi del piccolo Muhammad e del fratellino di due anni Suahib portati in macabro trionfo tra i vicoli di Jabalya diventano immediatamente il simbolo nell’ennesima battaglia tra Davide e Golia, dove nessuno rappresenta meglio dei bambini il pastorello alle prese con il temibile gigante della Bibbia”. Innanzitutto il “numero di morti” aumentava solo tra i palestinesi, e in quanto alla disinformazione, la giornalista dovrebbe tener conto del fatto che la fotografia premiata conferma le accuse palestinesi rispetto alle vittime civili provocate da “Pilastro di difesa”, smentite o minimizzate invece dalle fonti dell’esercito israeliano. Il riferimento al “macabro trionfo” è un chiaro esempio dell’impostazione degli articoli di Francesca Paci, che nelle sue cronache “da vicino” quando si tratta dei palestinesi trova sempre il modo di manifestare la propria ostilità con perfide notazioni, in questo caso riferendosi addirittura ad un funerale. Quanto all’identificazione tra Davide e i due bambini morti, attribuita alla propaganda filo palestinese, è chiaro che il paragone non regge, perché si tratta di vittime assolutamente innocue, impossibilitate ad utilizzare persino la famosa fionda. Ma il riferimento fa supporre un uso strumentale e propagandistico da parte dei palestinesi delle piccole vittime, utilizzate appunto come simbolo. Che nel conflitto israelo-palestinese un ruolo fondamentale lo svolga l’informazione è indubbio, tuttavia in genere questa pende nettamente a favore di Israele, che ha risorse umane ed economiche molto superiori a quelle dei palestinesi per influire sull’opinione pubblica. Ma in questo caso si trattava di un’informazione e di un’immagine che dava la misura della brutalità dell’attacco militare, e non un’invenzione propagandistica. Infine, che queste vittime innocenti abbiano sollevato l’indignazione generale nei confronti dell’operazione “pilastro di difesa” purtroppo è un’affermazione evidentemente falsa, dato l’isolamento di cui soffre la causa palestinese sui mass media, e non solo in Italia. Nel prosieguo dell’articolo Paci insiste sull’uso propagandistico di queste ed altre immagini da parte dei palestinesi: “ Era già successo nel 2008, quando a sollevare l’indignazione internazionale per l’operazione Piombo Fuso furono le immagini delle circa 400 piccole vittime, moltiplicate via Internet dai computer di Gaza.” Invece dei pani e dei pesci, la cinica propaganda da Gaza riuscì dunque non a diffondere, ma addirittura a “moltiplicare” in rete le immagini dei bambini morti durante Piombo Fuso. Ed infatti: “Chi ha ucciso il piccolo Mohammed al Dura, si sono chiesti per anni le migliori penne del giornalismo mondiale?”. Si tratta del bambino palestinese che, durante la Seconda Intifada, venne ripreso da una telecamera mentre cercava inutilmente di proteggersi tra le braccia del padre e venne ucciso dai soldati israeliani. Che le migliori penne del giornalismo mondiale per anni se ne siano occupate è una notizia che era sfuggita ai più. Comunque Paci ci informa che “la dinamica rimane controversa ma diversi studi balistici confermano oggi che a stroncare la vita del ragazzino-icona fu il fuoco incrociato, amico, nemico, comunque spietato”. Si tratta di un’affermazione grave, che richiederebbe un resoconto dettagliato su chi abbia effettuato gli studi balistici, e come questi abbiano potuto dimostrare che sia stato il fuoco incrociato, quindi tutti e nessuno, ad uccidere il piccolo Mohammed. Inoltre questa versione salomonica suscita il dubbio che potrebbero essere stati gli stessi palestinesi a farne (magari in modo volontario) una vittima da trasformare in icona. Sta di fatto che il riferimento a questa vicenda, nel contesto dell’articolo di Paci, ha l’effetto di insinuare nel lettore il dubbio sulla veridicità della tragica immagine immortalata da Hansen, che la giornalista sta commentando. Come nel caso dell’articolo di Belpoliti, non manca un finale metafisico:” La foto dei corpi di Muhammad e Suahib Hijaz…ferma al 20 novembre 2012 la storia, la loro almeno, quella che trascende qualsiasi interpretazione”. Quale altra interpretazione dovrebbe riguardare gli effetti inevitabili di uno spietato bombardamento di zone densamente abitate, se non la condanna di chi ha messo in atto simili azioni militari? In base a quest’articolo il lettore della Stampa è libero di immaginare altre risposte, compresa l’eventualità che si tratti in realtà di una messa in scena. Per Paci la morte di due bambini ci pone di fronte all’imponderabile, che non chiama in causa i diretti responsabili, cioè il governo e l’esercito israeliani, perché questa storia, la loro storia, viene proiettata nella “trascendenza”. L’offensiva “Pilastro di difesa”, così come “Piombo Fuso”, la vicenda di Mohammed al Dura e di tante altre vittime innocenti del conflitto mediorientale, sembrano il risultato di un destino imponderabile e non di un preciso contesto storico in cui i vari attori hanno delle specifiche responsabilità. In questo modo la denuncia insita nell’immagine premiata (ed il fatto stesso che ne sia stata riconosciuta l’importanza) viene snaturata, ridotta a puro accidente casuale, ad una valutazione di carattere estetico, indipendentemente dal contesto specifico, depotenziandone il significato. Nel capitolo “La militarizzazione della mente sionista” del libro Controcorrente. La lotta per la libertà accademica in Israele (Zambon, 2012) Ilan Pappe denuncia la compromissione dei mezzi di comunicazione e del mondo accademico israeliani con il sistema informativo dell’esercito e con la vulgata sionista, soprattutto a partire dalla Seconda Intifada. Si tratta di un processo sicuramente inquietante, soprattutto per un paese che si presenta come l’unica democrazia del Medio Oriente, che tuttavia trova una spiegazione (anche se non una giustificazione) nel fatto che fin dal 1948 Israele si ritiene un paese permanentemente in guerra, dentro e fuori dai propri confini. Si tratta di un conflitto, che per le sue caratteristiche peculiari, riguarda anche la propria legittimità, la propria esistenza come Stato ebraico. Ancora più preoccupante è il fatto che molti giornalisti nostrani, ed in particolare quelli che scrivono su «La Stampa», siano così corrivi nei confronti di Israele e del suo sistema di propaganda. Questi articoli, che ad un lettore poco avvertito possono sembrare oggettivi e neutrali, nascondono in realtà un’esposizione dei fatti che, alla luce di un’analisi attenta degli articoli, dimostra tutta la propria parzialità. 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9.12.2012 di Franco Di Giorgi Non ci si faccia illusioni. Leggere la Recherche non è la stessa cosa che leggere Guerra e pace. Salvo la parte conclusiva dell’opera tolstojana, la narrazione del romanziere russo è essenzialmente estroversa perché si attiene a una storia palpitante, viva e vera (quella della guerra franco-russa al tempo di Napoleone Bonaparte), fatta di avvenimenti reali e azioni che si svolgono in una vicenda esteriore, dalla quale tuttavia emergono ogni tanto approfondimenti psicologici e riflessioni derivanti dalle intuizioni dell’autore. L’opera di Marcel Proust, viceversa, prende solo a pretesto la narrazione, la storia raccontata, giacché, ben più che nello stesso Flaubert, essa ha come unico scopo l’analisi di elementi (impressioni o sensazioni) del tutto sfuggenti e marginali rispetto all’intera architettura del romanzo. Da qui la difficoltà nel seguire l’io narrante lungo le sue introspezioni, le sue concettose peripezie interiori, le quali, ovviamente, esigono una certa pazienza dal lettore. Eppure, nonostante questa difficoltà e complessità, vi sono momenti della pagina proustiana in cui lo sforzo compiuto nella lettura può improvvisamente rilassarsi. L’esempio che qui proponiamo è quello relativo a un termine che i traduttori italiani della Recherche (Einaudi, 1963-1974) scelgono per tradurre poussah e che l’autore riporta per rappresentare un personaggio che compare nella seconda parte del secondo volume dell’opera: All’ombra delle fanciulle in fiore. Si tratta del direttore del Grand-Hôtel di Balbec, che Proust definisce «sorte de poussah», appunto, «una specie di misirizzi» (il Sansoni Larousse, 1981, riporta anche «tombolo» o «tappo»), il quale, fra l’altro, «scambiava i grandi signori per micragnosi [cioè per taccagni] e i topi d’albergo per signoroni» (p. 257). Il termine «misirizzi» ci suggerisce subito una tanto improbabile quanto curiosa e persino comica assonanza, ma non ne conosciamo il significato. Consultiamo pertanto lo Zingarelli (1989). A rischio di rifarci al principio di Bouvard e Pécuchet – Pas de réflexion! Copions! –, riportiamo fedelmente la voce del dizionario: «Misirizzi [da mi si rizzi, perché il giocattolo tende sempre a rizzarsi in su] s. m. inv. 1. Balocco a forma di pupazzo, imbottito di piombo alla base in modo che tende sempre a drizzarsi comunque venga collocato. 2. est. Persona che cammina dritta e impettita. 3. fig. Persona pronta a mutare opinione o idea, pur di restare a galla». Restiamo sorpresi e ci ripetiamo intimamente ancora una volta di aver più fiducia nel valore veritativo delle nostre intuizioni, sensazioni o prime impressioni – come peraltro lo stesso Proust ripete a se stesso lungo la Recherche. Ci rendiamo subito conto che c’è uno stretto e alquanto strano legame non solo fra i tre significati del termine «misirizzi», ma anche tra essi e l’espressione «mi si rizzi», da cui il termine trae origine. Ebbene, per non farla tanto lunga, la capacità sintetica del nostro poliedrico io non dura tanta fatica nel riuscire a porci dinanzi un fenomeno (inteso nel senso rigoroso di ciò che appare) che da quasi un ventennio si è imposto all’italica rappresentazione. Ciò significa che l’apparente o appariscente fenomeno del misirizzi è la radice che accomuna i tre significati. Senza voler indugiare troppo sulla chiarificazione dell’espressione «mi si rizzi» – perché è già di per sé chiara a tutti –, occorre tuttavia insistere sul fatto che proprio questa icastica e colorita espressione definisce meglio di ogni altra la peculiarità di quel fenomeno cui ci rimanda istintivamente la nostra mente. Secondo il vocabolario, il misirizzi designa dunque qualcuno o qualcosa che tende sempre a rizzarsi in su. In questa prima accezione, il qualcuno risulta coincidente con il qualcosa, nel senso che si mostrano a se stessi in una specie di auto-rispecchiamento. Nonostante le avversità, le spinte, i colpi di mano e le numerose pressioni, il misirizzi tende sempre, quasi meccanicamente, a rizzarsi in su, a restare in piedi, a non cadere e a non cedere, a non afflosciarsi e a rimanere sempre eretto con il corpo, con la schiena, con la testa. Ecco perché il nostro fenomeno può paragonarsi a un balocco a forma di pupazzo, ad esempio a quell’Ercolino di plastica che una vecchia réclame televisiva (al tempo di Carosello) utilizzava per pubblicizzare una famosa azienda di formaggi. La ragione fondamentale per cui un tale pupazzo di plastica non casca mai – ci dice inoltre il vocabolario – dipende dal fatto che esso è alla base imbottito di piombo. Ma è chiaro che qualsiasi altro metallo pesante può svolgere una tale funzione stabilizzante, compreso quello che si usa per ottenere le leghe con cui si coniano le monete. Per accorgersi poi che, per estensione, il termine «misirizzi» designi uno che cammina dritto e impettito, non è necessario andare tanto lontano: è sufficiente osservare in televisione il nostro italico misirizzi quando si fa largo tra i suoi tanti emuli fedeli, tra i suoi piccoli e servili ercolini impettiti, i quali – come dice sempre il dizionario – nonostante l’ostentata irriducibilità sono persone sempre pronte, come tante girouettes, banderuole o ventarole (anche così traduce il Sansoni Larousse la voce «misirizzi»), a mutare opinione o idea da un momento all’altro, a seconda di come tira l’aria, pur di restare a galla – specie poi se sono sottoposte alla forza attrattiva che quel mucchio di monete sonanti esercita sulla loro psyché e che soprattutto consente ad Ercolino di restare (lui e solo lui) sempre in piedi. Ciò significa in ultima analisi che l’effetto di questo grave peso interno all’italico misirizzi è per lui stabilizzante, mentre per tutti gli altri è nanizzante, perché, come purtroppo si è costretti a vedere, questa influenza è capace di limitare lo sviluppo delle menti. Occhio, dunque: Pas de copiage! Réfléchissons! Я-то освободился от нее, а "Граффити шрифт скачать"у тебя ее гипертрофировали. Луч опять "Скачать игру "был выпущен, Россия тоже его засекла и ни за что бы не поверила, "Statistica программа скачать бесплатно"что Америка не может найти оружие на своей собственной земле. Мы "История книги в картинках"с Бобом Денвером в разных командах, тут "Скачать сохранения на сталкер чистое небо"ты прав. Даже ручки, приделанные с каждой стороны и отстоявшие на несколько "Читать книги артёма каменистого"дюймов от крышки, находились над "Скачать виртуальную гитару"водой. 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Lettera al Presidente del GEV 11 dell'Anvur, Andrea GraziosiCaro Graziosi,
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2.11.2012 di Gesualdo Maffia Ancora una volta, il fiuto politico di Lula ha fatto centro. A riconoscerlo, all’interno del PT, è l’altra illustre aspirante candidata alla prefeitura di San Paolo, la Ministra della cultura Marta Suplicy, che avrebbe voluto essere al posto di Haddad nella corsa alla poltrona più ambita della capitale paulista, già sua dieci anni or sono. Nonostante l’età avanzata, in fatto di tattica politica Luiz Inácio da Silva non ha molti rivali all’interno del suo partito. La campagna che ha portato all’elezione di Fernando Haddad (terzo prefeito di origine libanese in 20 anni), è stata gestita con sagacia da un’organizzazione partitica ben oliata, che voleva assolutamente far suo il polmone finanziario del Paese, in un momento in cui stanno calando i consensi in altre aree del Brasile, già saldamente petiste. Infatti il PSB e il PSDB stanno recuperando terreno, e hanno conquistato molte importanti capitali anche negli Stati del Nordeste. A San Paolo, il vero colpo di scena c’è stato al primo turno. Il superfavorito delle ultime settimane, Celso Russomanno, a pochi giorni dal voto ha iniziato a scendere vistosamente nei sondaggi, perdendo almeno 7-8 punti e assestandosi intorno al 27%. Il giorno del voto, il crollo è stato ancora più evidente dei sondaggi: Serra 30,75%, Haddad 28,98%, Russomanno 21,60%. Le ragioni principali sembrano due. In primo luogo, il dibattito politico è stato movimentato dallo scambio di accuse tra la Chiesa cattolica e la Igreja universal, che di fatto controlla il PRB di Russomanno. Il conflitto ha coinvolto direttamente l’arcivescovo di San Paolo, Odilo Scherer e il vescovo della I. Universal, coordinatore della campagna elettorale del PRB, Marcos Pereira. Quest’ultimo ha accusato i cattolici di fare catechesi nelle scuole, attraverso la distribuzione di un “kit gay”, cioè di materiale didattico a sostegno dell’inserimento sociale, dell’accettazione dell’omosessualità attraverso l’uso di una “valigetta” didattica con testi e materiale audiovisivo prodotti da esperti, ma giudicati troppo liberali in fatto di scelte sessuali consigliate agli adolescenti. La questione kit è spinosa, e non si può insistere in questa sede sul problema, insieme politico ed educativo. Fatto sta, che l’arcivescovo cattolico ha preso posizione contro Marcos Pereira, ritenendolo colpevole di alimentare discordie tra le confessioni con i suoi attacchi verso i cattolici. Pochi giorni dopo, c’è stato un incontro chiarificatore direttamente con Russomanno, ma l’intempestiva dichiarazione del suo coordinatore elettorale ormai aveva, evidentemente, fatto presa su di una parte degli elettori a lui favorevole. La seconda ragione riguarda l’efficacia degli spot e dei dibattiti elettorali pre-voto. Si può dire che, nel caso di Russomanno, la gestione mediatica della sua candidatura sia stata alla fine disastrosa anche su questo piano. Un candidato privo di appeal mediatico, in una città in cui la televisione, via cavo o generalista che sia, ha un peso notevole dal punto di vista dell’orientamento elettorale, non può che soccombere di fronte a gente più scaltra e preparata, o più capace nel mostrarsi “nuova”. In effetti, i sondaggi di opinione hanno indicato Serra come il più preparato, Haddad come il più innovatore: “vota Haddad, o homem novo pra esta cidade” intonava infatti il suo gingle per le piazze cittadine e televisive. E Haddad ha vinto. Serra ha deluso molte persone: aveva già avuto la sua occasione, lasciando però la carica di prefeito nelle mani di Gilberto Kassab nel 2006, volendo puntare al governo dello Stato di San Paolo. Alla fine quindi Haddad è riuscito ad ottenere il 55,57% dei consensi, in una città in teoria ostile al suo partito. Ma a quale prezzo? Come ho accennato nell’articolo precedente sulle elezioni paulistane, la condotta di Haddad, sostenuta da Lula, è stata molto conciliante verso ex acerrimi nemici, o partiti poco vicini idealmente a quella che dovrebbe essere la linea politica del PT. Ho ricordato la stretta di mano tra Lula e il ricercato dall’interpol Paulo Salim Maluf. Durante la campagna elettorale, il candidato petista ha evitato di farsi fotografare accanto a lui. Ma Maluf è andato a complimentarsi con Haddad il giorno dell’elezione (intonando degli “olè olè Lula!”), e questi non ha saputo dire niente di meglio che: “Sono una persona educata e non maltratto nessuno, soprattutto chi ha un mandato popolare” (Maluf è deputato del Partito Popolare). Inoltre, cosa più importante, le prime dichiarazioni del nuovo prefeito sono di totale collaborazione con il governatore Alckmin (PSDB), criticato da più parti per la sua gestione della sicurezza dello Stato, in un periodo in cui quotidianamente vengono uccisi poliziotti fuori servizio dai cartelli malavitosi cittadini; e di continuità nei confronti della precedente amministrazione cittadina di Kassab (PSD), elitista, discutibile sul piano delle decisioni in tema di viabilità e salute pubblica a San Paolo. Sembra quasi evidente come un assioma: i partiti della sinistra popolare, quando annusano e poi si abituano al profumo/olezzo del potere, dimenticano il loro passato e la loro ragion d’essere, accettando di muoversi e di agire all’interno delle strutture politiche del sistema neoliberale, con molta disinvoltura e cinismo. Il caso della recente condanna per corruzione di uno dei fondatori e capi storici del PT, José Dirceu, sembra testimoniare efficacemente gli ultimi esiti della parabola politica di un pezzo importante della classe dirigente petista. Aspettiamo tuttavia la concreta azione di Haddad, per dare giudizi più puntuali sul nuovo corso politico della città.
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18.10.2012 di Franco Di Giorgi Ora basta! Abbiamo aspettato già abbastanza. Quasi un anno dal novembre scorso. A ridosso di quel tempestivo e opportuno stratagemma istituzionale, a chi ci domandava cosa pensavamo del neue Kurs impresso alla vita degli Italiani a colpi di spread dal governo provvisorio e d’emergenza dei tecnici rispondevamo annoiati, assieme a molti altri, che lo avremmo aspettato e giudicato sui fatti. Ma non ci è voluto molto per capire il senso di quelle prime manovre, di quelle batoste salvifiche in osservanza alla spending review. E’ bastato poco tempo per percepirne e patirne il dolore. Anzi la prima impressione – ancora ben chiara nella nostra mente, perché ci ha toccati sul vivo, sulla carne – è stata come una ferita, come un vago ma profondo patimento, una vertigine in cui ci siamo sentiti sprofondare verso l’ignoto, verso dimensioni esistenziali che il nostro cuore non aveva mai intuito fino a quel momento. Come se quella manovra avesse impresso un’ulteriore piega alle nostre viscere già compresse e annodate, perché era assolutamente rivoltante. Ed era rivoltante perché ingiusta alla radice, nell’intenzione. Perché ancora una volta, irragionevolmente, si stava girando le spalle a qualcosa che tutto il Paese attendeva da molto tempo, che sembrava fosse lì, a portata di mano, offerto da un garante di prim’ordine, qualche cosa che sembrava scontato, ovvio, naturale, persino troppo semplice da attuare, specie dopo i due decenni di conduzione acefala. Sì, si stava nuovamente voltando le spalle a quell’idea di bene e di giusto a cui la nostra Costituzione, quasi a farci soffrire di più, non cessa di spronarci, memore dei tempi in cui quei valori vennero selvaggiamente calpestati e gettati in pasto ai maiali e alle loro legittime o illegittime scrofe. Quel dolore, intuito quasi allo stato puro, rivelava immediatamente che si trattava di un ricatto subdolo. Lo si avvertiva, per dirla con un’espressione icastica di George Steiner, come un «nodo odioso» che non lascia respirare, che fa mancare l’aria, come un cappio, una garròta che si stringe lentamente ma progressivamente attorno al collo sino a provocare la morte per soffocamento. Sì, un ricatto. Perché a chi, come tanti ingenui Giobbe, continuano a chiedere spiegazioni circa il motivo di quella garròta, di quella stretta, di quella rigorosa manovra economico-finanziaria, si rammenta senza più pudiche e pietose esitazioni lo stato di pericolo o di fallimento in cui ci aveva lasciati del tutto impudicamente il precedente governo. «Vogliamo ridare speranza agli italiani – dichiara candidamente il ministro dell’Economia Grilli, – che con grande senso di responsabilità hanno capito cosa abbiamo rischiato, e si sono rimboccati le maniche» (la Repubblica, 15 ottobre 2012). Si continuava, dunque, anzi si voleva insistere ancora una volta a investire sulla capacità di resistenza e soprattutto sulla pazienza della massa di schiavi italiani che, come animali da soma, séguita a far girare la ruota che macina quel grano di cui i guardiani del mulino, proprio come in passato, continuano a nutrirsi e che anzi ora non si vergognano nemmeno più di sperperare gettandone a piene mani ai loro inseparabili maiali e alle loro amate scrofe. L’unico scopo di quei guardiani è seguitare – come dice Paolo Floris d’Arcais sul Fatto quotidiano (16 ottobre) – a fare i loro «porci comodi» a spese dei contribuenti, ad allevare cioè quei suini, favorendone così l’accoppiamento, affinché possano partorire “porcelli” che ne garantiscano e ne legittimino la continuità e la successione. Ben più che incomprensibile, era del tutto ingiustificato e inaccettabile, proprio in tempo di crisi, – questo era il vero nodo odioso e mai sciolto – il fatto che quella manovra, che la crisi ha reso necessaria, gravasse ancora una volta non sui pochi che, dall’alto dei loro scranni iperuranici, hanno generato questa ennesima crisi, ma su chi la deve ancora una volta pagare (sempre più in forma di accise), sui molti, sui più deboli, sui pensionati, sui terremotati, su chi vive in baracca, in tenda o in mucide spelonche sublunari, e persino sugli invalidi, anche se, a dire il vero, questa volta a farne le spese sono anche quanti in passato, nelle innumerevoli altre manovre che periodicamente comprimevano i soliti pazienti, se la vedevano serenamente dal lastrico. Nel secondo dopoguerra si disse agli Italiani (pazienti per natura) che era necessario fare sacrifici per ricostruire il Paese. Poi, negli anni Settanta, l’austerity divenne indispensabile per affrontare la crisi petrolifera. A ciò fece seguito, negli anni Ottanta, la ristrutturazione industriale, l’emergenza del terziario e l’improvvisa scomparsa della classe operaia nelle fumose ed ebbre città da bere. Dopo fu la volta della pericolosa crisi valutaria del 1992, che per certi aspetti fu una anticipazione di quella attuale, scoppiata come una vera bolla finanziaria nel 2008. Insomma, come si vede, siamo dinanzi a una crisi economica che si verifica quasi a ogni decennio. E’ una crisi ciclicamente ricorrente che il sistema capitalistico prevede per la propria sopravvivenza. E ciò anche allo scopo di non dare fiato, di mantenere sotto tensione le redini, di stringere il morso alle bestie da soma. Quelle, cioè, che non debbono vivere e tanto meno vivere per sé, ma a malapena sopravvivere a stento per gli altri. Ebbene, anche questa volta a pagare il conto della nuova austerity saranno ancora essi, questi bruti da traino, questi muli sordidi e muti, privi di reazione, e capaci solo di qualche cupo mugugno quando i decreti si abbattono su di loro come tafani molesti, come zecche, come grossi pidocchi, come parassiti che si nutrono suggendo il sangue freddo e torbido di questi davvero strani animali: i dipendenti pubblici. Ah, quant’era acuto lo sguardo disattento di Kafka! Fra questi, i più insensibili a quelle punture sono certamente gli insegnanti, in confronto ai quali Masoch è solo un bambino piagnucoloso. A rappresentarli letterariamente non è tanto Bouvard o Pécuchet, poiché nei loro sguardi curiosi si può cogliere finanche un certo candore, se non addirittura quella vena di incosciente e stolido ottimismo che consente di delineare il profilo della loro bêtise, della loro stupidità. A rappresentarli è piuttosto il Čičikov delle Anime morte di Gogol’. Ogni volta che pensiamo agli impiegati pubblici e, dall’interno di una scuola, a una buona parte di docenti, si fa spazio nella nostra mente l’ampiezza di un ufficio o di una classe dal cui silenzio assordante esala il gracchio del pennino sui registri, sui quali, come dei candidi guanciali, essi quasi appoggiano le teste chine e stanche, ossequiosi a un sistema a cui si tengono tanto stretti quanto più esso li disprezza. Nell’espressione spenta e demotivata di questi volti – specie dopo l’insana proposta del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo di aumentare di sei ore le già insostenibili diciotto ore di cattedra, e per di più a parità di salario – forse, in quei visi cupi e diffidenti, per dirla con Ernesto Galli della Loggia, «si è spenta ogni idea d’Italia e della sua storia». Forse lo storico ha ragione quando, riproponendo a suo modo un pensiero di Paul Ricoeur, sostiene che, «se vuole avere un futuro, l’Italia [deve] tornare a credere in se stessa e che per far ciò ha bisogno di ritrovare quel senso e quel ricordo di sé che ha smarrito» (Corriere della sera, 16 ottobre 2012). Sì, ora basta. Bisogna compiere l’incompiuto del passato. Occorre attualizzare e concretizzare gli alti valori che la Resistenza ha impresso nella nostra Costituzione. E per far ciò, suggerisce Ricoeur, bisognerebbe fare non solo storia, ma fare la storia. Ecco il duro ma imprescindibile compito storico che da troppo tempo attende non solo i poveri insegnanti, umiliati e offesi, ma tutti quanti gli Italiani. После "Keygen для игр nevo soft скачать"трапезы она стала подниматься по стене, обследуя террасу за террасой. Направо, налево, направо, налево деревья и "Скачать adobe dreamweaver cs3+crack"трава. Она не разбилась, и пробка осталась на месте. 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8.10.2012 di Gennaro Carotenuto L’immagine che non troverete commentare sui nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco Rigoberta Menchú e da Piedad Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina Colombia. È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e inattaccabili, quelle di Rigoberta e Piedad, che il fiele antichavista, che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri, semplicemente le ignora. Rigoberta Menchú e Piedad Córdoba che sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per questo stanno con Hugo Chávez. Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le elezioni nel paese caraibico. Addirittura Mario Vargas Llosa dava così certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a prova contraria -ne erano tutti sicurissimi- doveva essere bell’e morto di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia, ma si è confermato presidente del Venezuela. Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton. È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave. In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove. C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI. Ancora oggi alcuni commenti irriducibilmente antichavisti (la summa per disinformazione è quello di Gianni Riotta su La Stampa di Torino) rappresentano il candidato delle destre sconfitto come un seguace del presidente latinoamericano Lula. Divide et impera. Erano i velinari di George Bush ad aver deciso di rappresentare l’America latina spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi di sinistra irresponsabili. È straordinario come i Minculpop continuino a far girare ancora le stesse veline: l’immagine di Capriles progressista e vicino a Lula è stata costruita a tavolino dai grandi gruppi mediatici, a partire da quello spagnolo Prisa. Il curioso è che Lula rispose immediatamente “a brutto muso” di non tirarlo in ballo, perché lui con Capriles non ha nulla a che vedere e appoggia con tutto se stesso l’amico e compagno Hugo Chávez. Non importa: loro, i Riotta, facendo finta di niente, continuano imperterriti a definire Capriles come il Lula venezuelano. Allo stesso modo continuano a ripetere la balla sulla mancanza di libertà d’espressione in un paese dove ancora l’80% dei giornali fa capo all’opposizione. È un’invenzione, ma la disparità mediatica è tale che è impossibile farsi ascoltare in un contesto mediatico monopolistico. Non siamo ingenui: nella demonizzazione di Chávez c’è ben altro che l’analisi degli eventi di un continente lontano. C’è lo schierare un cordone sanitario alla benché minima possibilità che anche in Europa si possa ragionare su alternative all’imperio della Troika. Lo abbiamo visto con il trattamento riservato ad Aleksis Tsipras in Grecia e a Jean-Luc Mélenchon in Francia: non è permesso sgarrare. Soffermarci su tale dettaglio ci svela una realtà fondamentale difficilmente comprensibile dall’Europa: è talmente impresentabile il neoliberismo che in America latina è oggi necessario nasconderlo sotto il tappeto e spacciare anche i candidati di destra come progressisti. Aveva un che di paradossale ascoltare in campagna elettorale Capriles giurare amore eterno agli indispensabili medici cubani elogiandone il ruolo storico. Come già il suo predecessore Rosales, sapeva che senza medici non ci sarebbe pace in un Venezuela che oggi conosce i propri diritti e non è disposto a rinunciarvi, altro merito storico di Chávez. I Riotta di turno tergiversavano non solo sul riconoscimento dei meriti storici di Cuba nella solidarietà internazionale (o la riducono ad un mero scambio economico, salute per petrolio) ma negano anche l’informazione che era quello stesso Capriles, giovane dirigente politico dell’estrema destra venezuelana, che l’11 aprile 2002 diede l’assalto all’ambasciata cubana durante l’effimero golpe del quale fu complice. Che vittoria per i cubani se quello stesso Capriles fosse davvero stato sincero nel riconoscerne i meriti! Questo è il segno del trionfo di Chávez: nelle classi medie e popolari venezuelane vige oggi un discorso contro-egemonico a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica, della falsa retorica liberale per la quale tutti i diritti vanno garantiti a tutti ma a patto che siano messi su di uno scaffale ben in alto perché solo chi ci arriva con le proprie forze possa goderne. In Venezuela, in America latina, stanno spazzando via tutte le balle che racconta da decenni il Giavazzi di turno sul liberismo che sarebbe di sinistra. Chi lo ha provato, e nessuno come i latinoamericani lo ha provato davvero, sa bene di cosa si parla e non ci casca più. È un discorso quindi, quello chavista, che riporta in auge l’incancellabile ruolo della lotta di classe nella storia, la chiarezza della necessità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni. Eppure il Riotta di turno liquida ancora oggi come “inutili” i programmi sociali chavisti. Che ignoranza, malafede e disprezzo per il male di vivere di chi non ha avuto la sua fortuna. Milioni di venezuelani, che avevano come principale preoccupazione della vita l’alimentazione del giorno per giorno, la salute spiccia (banali cure per un mal di pancia, operazioni alla cateratta del nonno) che la privatizzazione della stessa nega a chi non può permettersela, l’educazione dei figli, la casa, passando da baracche a dignitose case popolari, oggi godono di un sistema sanitario pubblico che ha visto decuplicare i medici in servizio, di un sistema educativo pubblico che ha visto quintuplicare i maestri, di un sistema alimentare pubblico che permette a molti di mettere insieme il pranzo con la cena. “Inutili”, dice Riotta, con una volgarità razzista degna delle brioche di Maria Antonietta. Oggi queste persone, escluse fino a ieri, possono spingere il loro tetto di cristallo più in alto, respirare di più, desiderare di più, magari perfino leggere inefficienze e difetti del processo e avere preoccupazioni, quali la sicurezza, più simili alle classi medie che a quelle del sottoproletariato nel quale erano stati sommersi durante la IV Repubblica. Questo i Riotta non possono spiegarlo: è così inefficiente il chavismo che ha dimezzato i poveri che nella IV Repubblica erano arrivati al 70%. Rispetto al nostro cammino già segnato, il fiscal compact, l’agenda Monti, il patto di stabilità, dogmi di fede che umiliano le democrazie europee, Chávez in questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto, provato, modificato ricette, ben riposto e mal riposto fiducia nelle persone e nei dirigenti in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. È il caos creativo di un mondo, quello venezuelano e latinoamericano, che si è messo in moto in cerca della sua strada. Hanno chiamato questa strada socialismo, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Anche se il cammino è tortuoso e ripido, è la più nobile delle vette. Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
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26.9.2012 di Gesualdo Maffia Il prossimo ottobre, il 7 e, in caso di mancata elezione diretta, il 28, San Paolo si troverà a decidere chi dovrà guidare la città per i prossimi 4 anni. Sono le elezioni municipali (per la Prefeitura) di una delle città più grandi del mondo, in America Latina seconda solo a Città del Messico. L’eletto può guidare per due mandati la città. Quindi deve riuscire a fare, o per lo meno a far partire, più progetti possibili in un tempo che, vista la burocrazia, le dimensioni cittadine e la molteplicità dei gruppi d’interesse, potrebbe addirittura sembrare troppo poco. Le principali tematiche propagandate dai media, che martellano quotidianamente con gli spot dei candidati più ricchi, e in appositi spazi elettorali in prima serata a disposizione di tutti i contendenti, sono tre: la mobilità cittadina, la salute pubblica, l’educazione e la formazione. Stranamente, anche se la città è una delle più pericolose al mondo, con migliaia di omicidi all’anno, il tema della sicurezza non ha molto spazio negli spot elettorali, anche se si presenta, inevitabilmente, quando i candidati fanno conferenze pubbliche o giri propagandistici per i quartieri. E che caroselli! File di decine di auto con musica, balli, manifesti, bandiere; jingles più o meno fantasiosi, o ridicoli. I partiti più grandi pagano molte persone per questa propaganda, non si appoggiano solo sui militanti, altrimenti assai esigui vista la dimensione della città. Dai sondaggi, sembra che i papabili siano tre: José Serra, del Partido da Social Democracia Brasileira (PSDB); Celso Russomanno, del Partido Republicano Brasileiro (PRB); Fernando Haddad, del Partido dos Trabalhadores (PT). I sondaggi attuali danno Russomanno stabile intorno al 35%, Serra in discesa intorno al 20% e Haddad in recupero, intorno al 15%. Sembra dunque scontato il secondo turno, ma non è ancora chiaro chi saranno i due contendenti, anche se Russomanno, vista la stabilità nelle opinioni di voto delle ultime settimane, sembra il più sicuro di poter arrivare all’atto finale della contesa e a occupare la poltrona prefettizia. Quello che appare evidente, è che la città manifesta una tendenza conservatrice, confermata negli ultimi anni: i partiti di centro destra o di destra piena (e qui la socialdemocrazia non è considerata una formazione di esquerda) hanno appoggi importanti, e le forze di sinistra sembrano disposte a compromessi in apparenza politicamente suicidi, almeno nell’immediato, pur di ottenere una delle più importanti cariche politiche del Paese. Sto parlando, nello specifico, delle azioni del PT. Ha fatto clamore, per esempio, la stretta di mano tra due ex acerrimi nemici come Lula e Paulo Salim Maluf, un gesto impensabile fino a pochi mesi fa. Maluf era espressione di tutto quello che il il PT e il lulismo volevano (e dovevano) accantonare nella storia politica verde-oro: un personaggio capace di usare la dittatura per fare carriera e pronto ad adoperare qualunque mezzo pur di mantenere il potere e favorire lobby affaristiche a lui legate. Invece, oggi sembra che il suo aiuto sia indispensabile al Partito dei Lavoratori, proprio per provare a ottenere qualcosa d’importante nel cuore finanziario del Paese. Haddad, già ministro dell’educazione con Lula, era presente, quasi come officiante, all’incontro tra i due leader. Sui suoi manifesti campeggia lo slogan: “O homem novo para um tempo novo”. Sarà lui a traghettare questo nuovo corso, moderato e assai più “pragmatico”, del PT paulistano?
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Pubblichiamo una e-mail giunta al Prof. d’Orsi dopo la pubblicazione dell’articolo L'INCULTURA DI PROFUMO su «il Fatto Quotidiano» del 12 giugno 2012. Gentile professor d'Orsi, buongiorno. Leggo solo ora il Suo ottimo articolo sfuggitomi a suo tempo (12 giugno) sul Fatto Quotidiano. La ringrazio nuovamente. Tranne Lei, nessuno pare preoccuparsi di sollevare quel velo immenso e omertoso che soverchia il nostro sistema universitario. Nessuno ne sa davvero nulla. Nessuno ne parla. E' un disastro, e non sono solo i tagli, e le riforme che sempre piú devastanti si succederanno negli anni a venire. Sono le fondamenta stesse del concetto di cultura e istruzione, ad essere state fraintese dagli attuali universitari e dai loro genitori. Osservo molto, e vi penso in continuazione, allo scempio che vedo attorno a me. Vedo ragazzi brillanti - davvero brillanti, e dotati, e di cuore - abbandonare l'Universitá dopo il conseguimento della triennale perché nulla convince, delle proposte fatte: c'é come la convinzione di essere costretti a scegliere se votare PD o PDL: l'errore lo si fa una volta, e basta. Questo é il sentimento che aleggia in maggioranza tra ragazzi che pensavano di trovare qualcosa di meglio di un liceo (peró fatto peggio); di meglio che andare a sorbirsi ore di lezioni frontali i cui contenuti paiono immutati dagli anni '50; di meglio che preparare esami su libri impolverati da ripetere praticamente a memoria in un breve colloquio nozionistico con una persona cui tutto interessa fuorché la formazione del tuo senso critico, della tua cultura, della tua esistenza. Vedo altresí schiere di studentelli pieni di 30 e 30 e lode conquistati cosí, a capo chino, pappagallini in gabbia. A centinaia. Per loro l'Universitá é prendere il treno, o il bus, o l'appartamento fuori sede, fermarsi al baretto, sbocconcellare qualche nozioncina in aule piene, tornare a casa, ripetere la lezioncina, e poi, chessó, aggiornare la playlist del loro iPad, per dimenticarsi di cose scomode e ingombranti che rendono la vita difficoltosa, come il pensiero. A tanti va bene cosí, perché comunque i loro genitori sono contenti, fieri del pezzo di carta da appendere in salotto e mostrare agli ospiti davanti a un té con i pasticcini. Io e tanti altri non la vorremmo, un'Universitá cosí. Non pretendiamo la luna, desidereremmo solo una struttura dove poter studiare bene, fruttuosamente, interagendo con serenitá e passione con docenti preparati, curiosi, esigenti, insomma: dei Maestri. Vorremmo solo evitare, in definitiva, che il nostro sistema di valori, forse anacronistico, venga messo nelle condizioni di imporci l'abbandono dell'Universitá, ma soprattutto dell'ideale che dovrebbe sottendervi, come unica via per non violentare ció che siamo, il nostro pensiero e, mi si passi il termine, la nostra anima. Perdoni lo sfogo, ma Lei é uno dei pochi che - spero - puó ben capire certi sentimenti. La ringrazio ancora, un caro saluto. Luca Lopardo Эйрадис содрогнулась и "Скачать advanced mass sender crack"замолчала. Голова закружилась, я едва удержал равновесие "Скачать acronis os selector"и громко стукнулся спиной о "Игры скачать симулятор космический"стену. И все же решил не "Драйвер для блютузу скачать"уходить отсюда, пока не съест все, что сможет "Клип скачать в формате dvd"добыть. Но он никак не ожидал, что "Музыка из фильма матрица скачать"они потерпят неудачу. Утром позавтракал ягодами и водой из реки. Моя мама работала банши, а потом "Классные игры ферма"Морепа забрал ее к себе, и ей "Море скачать песни"пришлось сразиться со стариной Алиотом. Чтобы вызвать раздражение у Веги, "Кровля профи скачать"произнес я. Майкл допил виски и осмотрелся. Вон там, примерно в двух "Скачать антивирус для флешек"милях отсюда! Вскоре показалось Гнездо Пса, и Джек решил, что мы должны обойти его "и подняться по восточному склону. Конечно, он проник в самую суть. За "Скачать приветствия для windows 7"десять с лишним лет работы Римо на доктора "Скачать игру street racing syndicate"Харолда У. Пребывание в Детройте "Игры для китайского iphone 4s"будет недолгим. В эту минуту над "Прохождение игры batman arkham city"моим ухом раздался голос Джека. Но "Diablo 2 lod скачать"мы предпочли бы, "Скачать стивен кинг противостояние"чтобы ты сделал его в "Александр афанасьев русские заветные сказки скачать fb2"пользу Америки. Строго говоря, оно было "Синяя синяя река скачать"бежевое, но Билл в таких "Скачать домашнею рыбалку"тонкостях не разбирался. Потом скажите ему, что "Solidworks скачать программу"это Саяк Кан велел написать такие учебники по истории.
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21.5.2012 di Claudio Cossu Quanti erano quel pomeriggio di martedì, 15 maggio, in piazza della Borsa, a Trieste, a pochi metri dalla Questura, quale testimonianza e protesta democratica per la triste e tragica fine della giovane donna ucraina, Alina.... Erano forse 300 o forse più, quanti non so dire, ma tanti erano i cuori, quante le anime, unite in un solo abbraccio con lei. Poco importa il numero, certo, potevano essere molti, molti di più, nella città della Risiera, della Resistenza, di Pinko Tomazic e Gabriele Foschiatti, ma poco serve, quasi nulla conta il numero di chi era presente, perché la rabbia e il dolore per il virgulto Alina Bonar Diachuk, troncato anzi tempo, non si può certo misurare in termini di quantità, quasi volgare il numerare o contare le presenze, perchè la dimensione del lutto patito non ha confini, né orizzonti. È immenso , incommensurabile. Potevano essere anche molte migliaia, o quante ne possono contenere le doline del Carso ed i paesi dell'altipiano, da Sgonico a Dolina - S. Dorligo o da Monrupino - Repentabor a Barcola o al rione di S. Giovanni. Quel che contava, in quel momento, veniva rivelato da un cuore solo, grande, anche quello degli assenti ma vicini a lei, Alina, uomini e donne di tutta una comunità giuliana, quella del centro e della periferia di Trieste, fino al paesaggio suggestivo del Carso, che pulsava il sangue dello sdegno e dell'ansia di libertà e giustizia, che rivelava la volontà di sapere realmente perché un giovane germoglio si è spezzato, come d'incanto, quella mattina primaverile del 16 aprile. E ancora per manifestare la vergogna di tutta una città, e quale città! Che vanta più culture e religioni, più lingue e più popoli, molteplici anime e realtà antropologiche, ancora da analizzare e approfondire con studi seri ed attenti. Realtà che continuamente si compenetrano e si fondono , nonostante marginali e vaghe resistenze di parte e nazionalistiche. Perché il germoglio Alina, da poco sbocciato e giunto con tanta speranza nel nostro Paese si è inaridito, senza più luce vitale, nell'oscurità di mura ammuffite, mura che parlano di prigionia e di chiusura, in una parola sola, di repressione. Mura alte come quelle che l'architetto Boico fece costruire, formando con voluto e riuscito senso oppressivo, la rinnovata entrata nella Risiera di San Sabba, luogo di martirio antifascista. Per la nostra (la voglio definire così, con l'affetto che finora le abbiamo negato), per la nostra Alina poche parole ma sentite, sgorgate dal petto e dall'anima più profonda di noi tutti, quel pomeriggio primaverile colorato di timidi raggi di sole, di martedì 15 maggio 2012, molte mani plaudenti, ma riempite di sdegno per la scritta "epurazione" che spuntava dietro la scrivania di quel tale che indegnamente sedeva alla Questura di Trieste (vedi «il Manifesto», 16 maggio, p. 3). Ed anche molti, innumerevoli ed intensi i pensieri d' amore che si elevavano, quel pomeriggio, fino alle rade nuvole presenti nel cielo e che volavano ancora in alto, lassù, fino ed oltre le stelle della sera, le stelle della speranza per un mondo di eguaglianza e libertà, senza più sciocchi e inutili appellativi di "clandestino", né guerre o avvoltoi mascherati e chiamati poi missioni di pace. I cuori di tutti, infine, battevano con ansia per l' angoscia di fronte all' orrore che sembra di nuovo tornato a Trieste. Perché non lo vogliamo quell'orrore e con forza e determinazione lo vogliamo respingere, orrore di sapore razzista, e poi, se per caso volesse affacciarsi e fermarsi sulle teste di noi, anziani e giovani, andrà fermato e sconfitto, allontanato anche dai nostri figli. Alina Bonar Diachuk, quella mattina del 16 aprile, ha già urlato il suo fermo rifiuto! Ha preferito, di fronte al muro di indifferenza e di vuote attese, di burocratica e algida incomprensione, che a lei si presentava quella mattina d'aprile, ha preferito porgere alla fredda cordicella che portava nella felpa, il suo tenero collo e, come una resistente della guerra di Liberazione, ha scelto la libertà, un mondo senza repressione e violenza, ingiustizie di sorta o diseguaglianze. Come i partigiani prigionieri e presi in ostaggio in quell'anno 1944, impiccati e poi appesi all'interno del Conservatorio Tartini di via Ghega, senza alcuna pietà lungo le scale, si è abbandonata alla stretta mortale della corda. Con un gesto liberatorio e insieme di ribellione, atto rivoluzionario, ha scelto un mondo senza orizzonti e senza i confini sciocchi dei nulla-osta o dei decreti delle vergognose espulsioni. Se n'è andata via per sempre, con disperazione, ma con dignità. Addio Alina, giovinezza nostra, addio. Кстати, со мной связался ты "Игры для мальчиков чёрные человечки"знаешь кто. Кроме того, они убили наших послов и прислали нам их тела "Скачать geforce4 mx 440 with agp8x ,"в расчлененном виде. Это было сделано для того, чтобы "Летний дождь тальков скачать"предотвратить превращение КЮРЕ в очередной орган "Samsung инструкция по применению"исполнительной власти. Ничего не происходило внутри тишины. 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2.4.2012 di Franco Di Giorgi Le dichiarazioni che alcuni giorni fa il presidente Napolitano ha rilasciato a poche ore dall’incontro, per molti aspetti decisivo, tra il governo e le parti sociali per definire la difficile riforma del mercato del lavoro, hanno suscitato da più parti reazioni di diverso genere. Tra queste vorremmo includere anche una nostra breve considerazione. Come molti italiani, il capo dello Stato, con buona parte della compagine governativa, ritiene che i sindacati (con particolare riferimento, ovviamente, alla Cgil e quindi alla Fiom) debbano mostrare ancora una volta di saper intendere o, meglio, di saper comprendere che quello che tutti insieme ora stiamo attraversando è uno di quei momenti in cui si deve «far prevalere l’interesse generale su qualsiasi interesse e calcolo particolare». E che pertanto «sarebbe grave la mancanza di un accordo cui le parti sociali diano solidamente il loro contributo». In seguito, da Capua, attenuando un po’ i toni, forse a motivo dello sciopero del prossimo 13 aprile indetto dai sindacati confederali, egli ha ribadito di essere fiducioso «sulla capacità di comprensione degli italiani sulla necessità di affrontare i cambiamenti e sulle strade nuove che questi cambiamenti prevedono» e di poter constatare in essi una «straordinaria consapevolezza» riguardo alle urgenze del Paese. Anche il premier, nella relazione del suo viaggio in Asia cambia i toni e parla a più riprese della maggiore maturità dimostrata sia dalla classe politica sia soprattutto dai cittadini. Bene. Ma non è certo sul contenuto, cioè sulla oggettiva gravità della crisi e tanto meno sulla necessità di farvi fronte, come pure sulla consapevolezza che di essa hanno i cittadini italiani, che qui occorre soffermarsi a riflettere, quanto piuttosto sulle modalità politicamente adottate dal governo ‘tecnico’ per tentare di superarla. Per la maggioranza degli italiani, infatti, non si tratta – anzi, non si è mai trattato – solo di un momento di transizione, ma sempre di un vero e proprio destino, di un debitum, di un dovere da assolvere d’ufficio, di un pegno con il relativo impegno, di una sorta di Schuld o di Grundschuld (per dirla alla tedesca), cioè di una colpa fondamentale che si acquisisce al momento della nascita, di un debito fondiario, di un debito di fondo, di un debito fondamentale, e perciò un’ipoteca sulla vita, un’imposta inestinguibile, nemmeno con un compito assiduo e con un dovere costante e silente costituzionalmente sancito, da un dovere cui, però, la restante minoranza di privilegiati, per varie ragioni, previste o impreviste dalla legge, ha sempre saputo e potuto esimersi. Chissà, forse Nietzsche pensava anche al modello italiano di fine Ottocento quando sosteneva che la morale è uno dei modi di cui lo Stato si serve per dominare gli individui con la legge e con la volontà dei più forti. Molto più di quella di ogni altro, la realtà del nostro Paese, come si sa, non coincide affatto con l’idealità espressa dalla Costituzione. In mancanza di un garante divino, la non coincidenza o la non corrispondenza tra realtà e idealità finisce col produrre cartesianamente l’incertezza non soltanto della pena, ma anche della giustizia, le quali a loro volta non possono che approntare una morale sempre e solo provvisoria. Così come deve essere, direbbe, d’altronde, Nietzsche. E ciò perché le verità e i valori (come pure lo stesso valore di verità: tutti, in ogni caso, convenzioni imposte dalla classe dominante, secondo il filosofo dell’Übermensch, a cui i molti, ubbidendo, finiscono con l’abituarsi), tutte le verità e i valori che valgono dunque per l’idealità della res cogitans non possono valere anche per la res extensa, e viceversa. Solo idealmente, infatti, questa nostra Repubblica si fonda sul lavoro. In realtà essa è inconfutabilmente strutturata sul privilegio. A conferma di ciò sono sufficienti sia le ultime sconcertanti e vergognose appropriazioni indebite dei finanziamenti pubblici ai partiti da parte dei soliti profittatori (dei consueti furbetti, a destra e a manca, i quali sorprendentemente e a dispetto dell’articolo 54 della Costituzione, che parla di disciplina e di onore, si muovono con tutta quella facilità e quell’agio che essi troverebbero se avessero a che fare con dei compari, con stupidi o con bambini ingenui), sia le recenti pubblicazioni, davvero grottesche in tutta la loro disarmante trasparenza, dei differenti imponibili degli italiani. Dinanzi a questa pubblicazione dei redditi, come accade peraltro con molti altri aspetti della società italiana, non si sa, infatti, se mettersi a ridere o a piangere. Mentre apprendiamo con sgomento e con amarezza la voragine incolmabile che quell’imponibile apre tra essa e un reddito medio, dall’altra dovremmo ringraziare qualcuno per avercela resa nota. Per uscire dall’impasse, da questa specie di cortocircuito intrapsichico, a noi italiani resta per fortuna il divertissement satirico, la scappatoia della satira politica. Malgrado le idealità annunciate dalla Costituzione e i grandi récits sulla necessità del progresso e della modernizzazione, l’Italia è quindi forse fra quelle nazioni europee che ancora presentano profondi legami con l’ancien régime. E questo indipendentemente dalle alternanze governative. In assenza di una effettiva e reale giustizia fiscale, penale e morale, l’Italia è dunque un Paese nel quale – e ciò è persino tragicamente lapalissiano – i debiti hanno sempre dovuto pagarli i più deboli e non i più forti, ossia quelli che li hanno contratti, speculandoci e guadagnandoci sopra. A tal riguardo, una più evidente e severa azione tesa a individuare e costringere qualcuno di costoro a versare quei contributi che hanno evaso, aumenterebbe certamente molto di più di quanto già non sia il grado di fiducia degli italiani nel governo Monti. In attesa di questa auspicabile, ardua ma più equa decisione – già, perché i sacrifici richiesti dal governo Monti agli italiani non sono affatto «distribuiti con equità», come egli sostiene in quella relazione – benché da più parti si cerchi di non molestare il cane che dorme, cioè di non toccare il tasto della pazienza degli italiani (da qui l’insistenza del capo dello Stato e dello stesso premier nel sottolineare la fiducia e la speranza nei confronti della loro comprensione, della loro coscienza e del loro senso di responsabilità), forse mai come in questo momento la si è messa tanto alla prova. Si tratta di una pazienza paragonabile addirittura a quella, emblematica, biblica, di Giobbe. Nonostante le innumerevoli e dolorose disgrazie che il Signore, per non venir meno alla competitività proposta e imposta da Satana, fa accadere sul suo pupillo, questi infatti è sempre pronto a dire: il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore. Giobbe è evidentemente una cavia, una pedina, attraverso cui Dio e Satana, al riparo della loro divina trascendenza, possono giocare la loro infinita partita sul futuro del mondo sulla scacchiera italiana. Ora, quando si esorta ogni pedina affinché, come sempre e com’è inscritto nel suo destino, faccia fino in fondo docilmente e responsabilmente la sua parte per il bene generale, si enuncia un principio fondamentale della politica che già Marco Aurelio, nel II sec., ribadiva in A se stesso. Secondo l’imperatore stoico, infatti, essere un membro attivo (melos) di un sistema politico non vuol dire solo farne parte (meros), ma essere consapevole sia della propria funzionalità organica sia della propria indispensabilità per la sopravvivenza dell’intero sistema. Non solo. La differenza tra i due è che mentre il primo agisce semplicemente per dovere, l’altro opera invece per amore, amando cioè gli uomini dal profondo del cuore (VII, 13). E tutto ciò, per quanto difficile e duro sia da sopportare, può ancora essere condiviso. Non fosse altro perché ogni membro dovrebbe, ispirato da tale principio, fare responsabilmente la sua parte. Qui, però, ora, e non solo in questo momento, le cose non stanno affatto così. Qui ora, in questa benedetta scacchiera a forma di stivale, si assiste a una partita truccata (e anche questo, purtroppo, è uno stereotipo italico), a un sadico rincarare la dose (sintomatiche a tal riguardo le lacrime premonitrici della ministra Fornero, come pure i tragici gesti di alcune persone ridotte alla disperazione e costrette persino ad alzare la mano su loro stesse), si prende atto di un approfittare, di un tormentare, di un accanirsi anziché sui più abbienti, sui meno abbienti (altro che giustizia fiscale!), sui più deboli, su coloro che, malgrado si siano sempre accollati il sacro dovere di fare in silenzio la propria parte e di salvare, come si dice, la patria, hanno sempre, pur con qualche umano mugugno, sotto ogni governo, pagato fino all’ultimo centesimo il proprio tributo, e talora anche di più; ora si insiste insopportabilmente su coloro, insomma, che oggi vengono persino accusati di fare resistenza e opposizione. Qui ora il Signore – per riprendere di nuovo una delle storie bibliche – pretende molto di più dall’attuale Caino, il quale pur voleva offrirgli i frutti del suo suolo e del suo lavoro in sacrificio. Ma il Signore, dopo aver – tanto imperscrutabilmente quanto finalisticamente – scelto e privilegiato gli agnelli di Abele e quindi con ciò stesso irritato Caino, non solo chiede a quest’ultimo il motivo della sua irritazione, ma lo accusa dicendogli che questa irritazione è il motivo del suo peccato, ossia della sua bramosia. La lotta fratricida, la lotta civile ha dunque la sua causa originale nella scelta teodiceale, ossia tecnico-giuridica, imponderabile e umanamente ingiusta del Signore. Ciò significa in ultima analisi che tutto può essere riformato o trasformato nel tempo, e forse anche il benedetto o maledetto (a seconda dei punti di vista) articolo 18, a patto che, come attesta il racconto sacro, nulla cambi mai veramente e la teodicea possa oggi, come sempre, trionfare. Pertanto, in mancanza di una chiara e convincente azione all’insegna di una maggiore equità fiscale e sociale, azione che il governo sarebbe sempre in tempo a compiere (è per sollecitarlo in questo senso che i sindacati hanno unitariamente deciso lo sciopero), questa dell’immutabilità è la percezione più diffusa che si continua ad avere oggi dell’Italia, malgrado la mutata considerazione del nostro paese sullo scenario internazionale.
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30.4.2012