Sembra un secolo. La rivoluzione russa in Italia

di Tommaso Baris

Da PALERMOGRAD

In occasione del centenario della rivoluzione d’Ottobre sono apparsi nelle librerie diversi volumi: da saggi di riflessione storica appositamente scritti ad importanti classici riproposti ad anni di distanza dalla loro prima uscita, per arrivare a testi finalmente tradotti per il pubblico italiano.

In questo quadro assai ampio ed articolato spicca il volume curato da Marco Di Maggio, Sfumature di rosso. La Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento, apparso per la Biblioteca di “Historia Magistra” presso la casa editrice Accademia University Press di Torino. Come si intuisce dal sottotitolo, il testo, che raccoglie undici saggi di giovani studiosi, più una postfazione di Angelo D’Orsi e una esplicativa introduzione del curatore, non è dedicato tanto alle vicende della Rivoluzione bolscevica in sé, quanto punta invece ad analizzare le ripercussioni di quell’evento nel quadro politico italiano, da intendersi qui come la posizione rispetto a quell’evento delle differenti culture politiche che si svilupparono nel corso del Novecento nel nostro paese.

Non un libro dunque sull’Ottobre ma su cosa ha significato, tra seguaci, critici e oppositori in Italia. Inevitabilmente al centro di una simile impostazione finisce il tema della Rivoluzione, evento lungamente evocato e pensato nel corso dell’Ottocento dentro il movimento socialista ed operaio, la cui concreta realizzazione nella Russia zarista in disfacimento nel corso della Grande Guerra apre uno scenario di speranza per alcuni e di angoscia e terrore per altri. Proprio il saggio iniziale, di Leonardo Pompeo D’Alessandro, dedicato al dibattito dentro il socialismo italiano sull’Ottobre, ci dimostra come a contare inizialmente fosse soprattutto il significato simbolico attribuito all’evento, che in gran parte prescindeva da una reale conoscenza dei fatti russi ed anche dell’articolazione interna dentro il movimento socialista di quel paese. Infatuati del “mito russo” considerava infatti Turati sia massimalisti che comunisti, non perché negasse il valore storico del fatto rivoluzionario per quel paese, ma perché li accusava di ritenere quell’evento generalizzabile con le stesse caratteristiche, che a lui sembravano invece tipiche e specifiche di un contesto arretrato e arcaico. Il socialismo in Occidente non poteva che svilupparsi lungo una linea evoluzionistica e gradualista, riproponendo agli occhi di Gramsci proprio il limite maggiore che aveva caratterizzato tutto il socialismo italiano prebellico, massimalisti compresi, incapaci di cogliere i fattori di accelerazione che la guerra totale aveva prodotto, spingendo le masse popolari nella fucina del conflitto ma anche dentro ad un inedito protagonismo politico che era considerato premessa dello scoppio rivoluzionario, ponendo il tema della costruzione della soggettività rivoluzionaria al centro dell’azione politica di un partito capace di ispirarsi ai bolscevichi per prendere il potere. Proprio il farsi Stato da parte della classe operaia è, per certi versi, il centro del saggio di Salvatore Cingari che attraverso l’analisi di alcune figure dell’estrema destra nazionalista e protofascista dell’epoca (da Corradini a Rocco passando per Marinetti e molti altri) sottolinea come l’orrore e la ripulsa per il governo delle masse e l’uguaglianza che sembrava caratterizzarlo si accompagnasse ad un forte interesse e all’aperta rivendicazione dell’azione rivoluzionaria e soprattutto dittatoriale come strumento di organizzazione e controllo della società.

Su quest’ultimo aspetto si concentra il saggio di Luca Barufale che, a partire dal giudizio maturato dentro il movimento di Giustizia e Libertà sull’Ottobre, ci ricorda come al positivo riconoscimento, quasi unanime, della rottura rivoluzionaria e dello stesso processo di modernizzazione della Russia si accompagnasse la preoccupazione e la denuncia per l’autoritarismo e la cancellazione del pluralismo politico e sociale nel paese. Senza rinnegare la rottura rivoluzionaria ed anche considerando necessitate dalle contingenze esterne provocate dai nemici della Rivoluzione molte scelte del gruppo dirigente bolscevico, Rosselli insisteva sulla contraddizione che animava quell’esperimento: “Che cosa è allora un socialismo senza libertà, uno Stato socialista che non può vivere se non eternando la dittatura? È un socialismo che dalle cose non è ancora passato nelle coscienze, che anzi per rivoluzionare le cose è costretto ad opprimere le coscienze: è uno Stato che pur proponendosi di liberarla, schiaccia la società” (p. 59).

Si trattava di questioni cruciali, destinate a riemergere negli anni Sessanta dopo essere invece scomparse all’indomani della seconda guerra mondiale, quando il prestigio dell’Urss è tale che, come dimostrano i saggi di Chiarotto, Capelli e Hobel, la sinistra italiana, in larga maggioranza, comunisti ma anche socialisti, si reinsedia nel paese sfruttando a proprio vantaggio l’enorme capitale simbolico costituito dall’“internità” (il Pci) o dalla vicinanza all’Unione Sovietica. La Rivoluzione d’Ottobre appare allora, a larghi strati popolari ma anche intellettuali, il momento di genesi e costituzione di un sistema socialista capace di superare le storture del capitalismo. Tratti di questa immagine transitano persino nei campi avversari. In casa missina il rifiuto del comunismo e dell’espansionismo sovietico non disconosce infatti il significato di rinascita “nazionale” che l’Ottobre ha avuto per la Russia, tornata potenza mondiale (saggio di Sorgonà); mentre in campo liberale se da un lato si segnalava il carattere utopico ed irrealistico ab origine dell’esperimento bolscevico, destinato per questo a produrre aberrazioni politiche ed economiche, non mancano passaggi di riconoscimento per una presunta adeguatezza alla profonda “anima russa”, sempre sottolineando il ruolo di grande potenza a cui l’Urss era assurta (si veda il saggio di Ambrosi). Sfugge a questa forma indiretta di fascinazione solo il campo cattolico che invece, insistendo sulla natura materialista del marxismo, e quindi sulla negazione ad ogni forma di spiritualità umana, non poteva che apparire l’alfiere della più coerente condanna del totalitarismo materialista comunista, a cui in verità, per taluni aspetti, Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti studiata qui da Ettore Bucci, associava anche il capitalismo occidentale.

Il terzo ed ultimo gruppo di saggi è quello che invece riguarda in qualche modo il declino del mito della Rivoluzione d’Ottobre. Aperto dalle denunce al XX congresso del Pcus, la repressione della Primavera di Praga segna uno spartiacque in questo campo: non solo l’Urss infatti non appare più un modello ma la stessa origine rivoluzionaria appare ora un mito in via di progressivo esaurimento. Il saggio dedicato al rapporto tra “Nuova Sinistra” (in cui stranamente vengono però comprese alcune dissidenze storiche del movimento comunista) e memoria dell’Ottobre ci conferma come sostanzialmente altri siano i riferimenti di quei movimenti, interessati casomai a criticare il Pci per il suo riformismo e ad aprire interrogativi sulla natura del socialismo realizzato oltre cortina. D’altronde lo stesso Pci, come bene dimostra il saggio finale di Di Maggio, appariva allora impegnato in una difficile operazione mirante a non rinnegare il valore positivo dell’Ottobre e del leninismo ma anche a circoscriverlo storicamente ponendo il tema di una diversa via “rivoluzionaria” per il mondo capitalistico avanzato che per molti versi superasse in avanti la tradizione rivoluzionaria codificata all’interno del movimento comunista internazionale, rimasto sostanzialmente legato all’esperienza sovietica e fedele all’Urss anche dopo la rottura con la Cina.

Il dibattito sull’Ottobre assume così un chiaro valore politico, dove l’approfondimento delle possibili alternative allo stalinismo prefigurava il tema di una riformabilità interna in senso democratico del sistema sovietico, negata ovviamente da quanti invece insistendo sul nesso meccanico Lenin-Stalin ponevano sotto accusa non solo il campo sovietico ma la stessa azione politica del Pci a livello nazionale ed internazionale. Il duello culturale a sinistra di fine anni Settanta tra intellettuali comunisti e socialisti, ricostruito con attenzione da Di Maggio, si svolse tutto in questa prospettiva, e terminò solo con la scelta del gruppo dirigente del Pci autore della “svolta” di liquidare il patrimonio politico-culturale costruito anche a partire da una relazione assai articolata con l’Ottobre, che si era assunta il compito di ripensare e tradurre in termini originali e specifici nel contesto occidentale.

A fare da sfondo ovviamente a questa discussione la crisi stessa del mito rivoluzionario, sempre più evidente dalla fine degli anni Settanta: non solo l’Urss ma anche l’ampio spettro di rivoluzioni nazionali anticoloniali che avevano attraversato Africa, Asia e America Latina talvolta nel decennio precedente mostravano la corda, trasformandosi in regimi autoritari e spesso basati su palesi e lampanti disuguaglianze.